Opinioni

I trentotto martiri albanesi. Il Pianto e la gioia di Scutari: semi di speranza

Filippo Santoro* martedì 8 novembre 2016

Caro direttore,

nei giorni scorsi a Scutari ho potuto vivere l’esperienza grandiosa della fede che vince la ferocia e la perversione dei carnefici di un regime che cercò di togliere il nome di Dio dalla vita quotidiana del popolo albanese. Di fronte alla efferatezza delle torture, trentotto martiri – tanti altri non ancora conosciuti e riconosciuti – hanno trionfato. Non sarebbe stato possibile resistere a tante torture senza rinnegare se non ci fosse stata una manifestazione della potenza di Dio. Il Signore si è rivelato negli strazi come colui che non abbandona i suoi figli e che è vicino, dinanzi ai tribunali e nel patimento dei supplizi più efferati, sino quando non giunge la morte come liberazione e come porta della vita. È il Signore che ha vinto in questi suoi testimoni. Quando è stato tolto il panno che copriva il dipinto dei martiri nella cattedrale di Scutari il popolo riunito ha pianto, è ha cominciato a cantare il Gloria in una gioia che non si può raccontare e spiegare.

Anche qui il pianto e la gioia si sono mostrati uniti, inspiegabilmente insieme. Un canto capace di sgorgare dalla grande tribolazione. E una gioia inesprimibile che si è elevata composta, forte e vibrante per questi fratelli e per questa sorella che molti avevano conosciuto, testimoni della vittoria dell’Agnello, avendo versato con lui il loro sangue. Il sangue di due vescovi, di molti sacerdoti e religiosi, di laici e di una ragazza aspirante delle Suore stimmatine.

Ogni parola, ogni canto dall’omelia del cardinale Amato, dalla presentazione del vescovo di Scutari, monsignor Massafra, alle preghiere dei fedeli era particolarmente vera in questo popolo di figli dei Martiri. Mai così veri tutti i canti in particolare: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo?» e « Jesu dulcis memoria ». Grande conforto della fede e onore di tutto un popolo pieno di dignità. Promessa di speranza per il futuro anche perché qui, portando la croce della persecuzione da parte di un regime ateo e materialista, è stato vissuto e dà frutti l’«ecumenismo del sangue» tra cattolici e ortodossi e la «fraternità nella sofferenza» coi musulmani.

*Arcivescovo di Taranto