Opinioni

La Siria soffia strumentalmente sul fuoco. Il nodo palestinese è serio non si può lasciarlo ad Assad

Vittorio E. Parsi martedì 7 giugno 2011
Dopo la Nakba, la giornata della "catastrofe" che commemora la nascita dello Stato di Israele, anche la Naksa,l’anniversario della sconfitta araba nella Guerra dei sei giorni, è stato solennizzato con scontri al confine settentrionale di Israele. Questa volta, in ossequio al rigore storiografico, i manifestanti hanno scelto come obiettivo le alture del Golan invece del Libano meridionale: ma la sostanza non cambia. La regia di Damasco dietro entrambi gli episodi è ben più che ipotetica. Ancora una volta, il regime di Assad cerca di mescolare le carte, di procurarsi cinicamente un po’ di morti arabi per mano israeliana così da sviare l’attenzione dell’opinione pubblica del Levante dall’ecatombe di siriani massacrati per mano dei servizi di sicurezza di Damasco. C’è ben poco di maldestro nelle azioni del "dottore", che dal padre sembra aver ereditato la medesima spietatezza: per quanto a noi possa apparire un tentativo rozzo e fin troppo scoperto, Assad sa bene che un arabo ammazzato dagli israeliani 'vale' almeno cento arabi uccisi dai loro fratelli. Almeno questo è sempre stato vero fino ad ora. Ma adesso? Adesso il trucco potrebbe anche non funzionare, se si pensa che il sito di al-Jazeera dava ieri più enfasi ai racconti delle torture bestiali subite dagli oppositori di Assad in Siria che agli scontri di confine, pur ovviamente condannandoli duramente. Il leader siriano ci prova, dunque, ma questa volta il gioco potrebbe non riuscirgli. Troppe le immagini e le notizie di quello che accade in tutto il suo Paese perché possano essere coperte dagli incidenti di domenica.Troppa sproporzione, in questo clima nuovo di rivolte interne e circolazione panaraba delle informazioni. Il solo spiraglio che resta aperto per il regime sta nel soffiare sul fuoco, alimentare i tentativi di forzare le barriere difensive israeliane, così da provocare nuove vittime, possibilmente per giorni e giorni.L’evocazione dei diritti del popolo palestinese è l’ultimo totem cui sacrificare, nella speranza di replicare un copione sempre più frusto: il nemico vero è quello esterno, 'l’entità sionista', non i regimi corrotti, violenti e illegittimi che fanno scempio dei propri sudditi. Avere la forza di non abboccare a questa trappola rappresenterebbe una prova di maturità straordinaria per l’opinione pubblica araba, che le permetterebbe di fare i conti con il grande tabù: cioè l’utilizzo strumentale del dramma reale del popolo palestinese, della negazione effettiva dei suoi diritti, da parte delle inqualificabili élite politiche di tanti impresentabili regimi. È una partita decisiva per lasciare un po’ più nudi i tanti re-tiranni, veri artefici dell’infelicità araba. Questo ovviamente non deve farci dimenticare che l’eterno conflitto israelo­palestinese non può essere a sua volta essere 'dimenticato' in ossequio alla grandiosa novità rappresentata dalle piazze in rivolta. Guai se qualcuno si illudesse che il boato della primavera araba possa mettere la sordina al lamento di un popolo oppresso da oltre sessant’anni, che ha diritto alla sua dignità, alla sua libertà, al suo futuro tanto quanto lo hanno gli israeliani.Ancorché quasi certamente organizzata, diretta e finanziata da Damasco, la forma di protesta che in queste settimane è stata sperimentata ai confini israeliani è la più pericolosa per lo Stato ebraico. È vero che coloro che cercavano di varcare i confini erano "nemici stranieri" (essendo Libano e Siria in stato di guerra con Israele dal 1948). Ma è altrettanto vero che aprire il fuoco su civili disarmati rappresenta sempre e comunque una pessima mossa, quand’anche obbligata. L’invasione disarmata (ma non pacifica, perché chi la mette in atto non riconosce il diritto all’esistenza dell’altro) è oltretutto quella che meglio evoca lo spettro della "bomba demografica araba", che a Tel Aviv temono più di ogni altra cosa, pensando al futuro dello Stato ebraico. Una ragione in più perché il governo di Netanyahu cerchi di uscire da quella posizione autistica in cui si è rintanato da troppo tempo a questa parte.