Opinioni

La tentazione del trionfalismo e la realtà della persecuzione. Il mondo e la Croce

Piero Gheddo mercoledì 5 giugno 2013
Pochi giorni fa, nella Messa quotidiana a Santa Marta, Papa Francesco – parlando degli Apostoli Giovanni e Giacomo che chiedono a Gesù «concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra» – ha condannato il «trionfalismo» come una tentazione da combattere, perché espressione di un «cristianesimo senza Croce», che impedisce alla Chiesa di andare avanti. Perché «la regola di Gesù» è quella «del trionfo tramite il fallimento umano, il fallimento della Croce». Pochi giorni prima, monsignor Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso l’Onu a Ginevra, ha richiamato il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ad aprire gli occhi sulle «serie violazioni del diritto alla libertà religiosa in generale» e sulla «continua discriminazione, con sistematiche aggressioni inflitte ad alcune comunità cristiane in particolare». Tomasi ha citato allarmanti statistiche, secondo le quali oltre 100mila cristiani sono violentemente uccisi ogni anno per la loro fede. Altri, ha aggiunto l’arcivescovo, in particolare in Asia e Africa, sono costretti alla fuga, stuprati, torturati o rapiti a causa della loro appartenenza religiosa. E ha concluso: «Inoltre, in alcuni Paesi occidentali, dove storicamente la presenza cristiana è stata parte integrante della società, emerge un trend che tende a marginalizzare il cristianesimo dalla vita pubblica, ne ignora il contributo storico e sociale, e apporta addirittura restrizioni alla possibilità di portare avanti opere caritative e di volontariato da parte di comunità religiose».Tentazione del trionfalismo da una parte, persecuzione dall’altra. Un esempio spiega questa nostra situazione esistenziale. Nel 1913, il sacerdote veronese Diodato Desenzani (1882-1960) entra nel Pime e viene mandato in India tra gli ultimi della società indiana, i paria, allora privi di qualsiasi assistenza sanitaria. Tornato in Italia nel 1933 per curarsi, padre Diodato si iscrive all’università e nel 1938 consegue la laurea in medicina partendo poi definitivamente per l’India. In quegli anni fonda a Verona la Ummi (Unione medico-missionaria italiana), per preparare e inviare medici nelle missioni, la prima associazione di volontariato missionario in Italia, che Desenzani affida alla congregazione del Santo don Giovanni Calabria, "I poveri servi della Divina Provvidenza". Dopo la seconda guerra mondiale, quando inizia in Italia la stagione del volontariato missionario internazionale, la Ummi si diffonde. Il Servo di Dio Marcello Candia (1916-1983), che dirigeva l’industria chimica fondata dal padre, fonda e finanzia all’Università di Milano la "Scuola di medicina per i missionari", provvidenziale per molti missionari e suore che poi, con un diploma di infermiere di valore internazionale, hanno potuto esercitare la medicina nelle missioni. Quando sente che a Verona c’è la Ummi, Candia si accorda con don Calabria e la fonda anche a Milano. E qui nasce il disaccordo fra due uomini di Dio. Calabria, secondo lo spirito della sua congregazione, non voleva fare pubblicità per la Ummi, né articoli sui giornali, si fidava della Provvidenza e citava il Vangelo: «Non sappia la tua destra quel che fa la tua sinistra» (Mat. 6,3). Candia invece, giovane e dinamico iniziatore di parecchie opere missionarie, invitava medici e giornalisti alle conferenze sul tema "Medicina e Missioni", faceva scrivere articoli sui giornali e parlava alla radio per invitare medici e infermiere al volontariato nelle missioni. E citava a don Calabria ancora il Vangelo di Matteo (5, 16): «Così deve risplendere la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e diano gloria al Padre vostro che sta in Cielo». La controversia dura fino al 1952, quando don Calabria ricorre al cardinal Schuster , il quale chiama Candia e gli spiega le ragioni del santo sacerdote veronese. Marcello fa un passo indietro e la sezione milanese dell’Ummi cambia nome e diventa Alam (Associazione laici in aiuto alle Missioni). Il trionfalismo non va bene, ma anche tenere quasi nascoste le meraviglie che lo Spirito compie ancor oggi nella Chiesa non è secondo il Vangelo.