Opinioni

Stefania Falasca. Francesco in Africa, il luogo delle chiavi

Stefania Falasca domenica 29 novembre 2015
«Io voglio andare». E se fosse stato necessario papa Francesco si sarebbe fatto anche paracadutare, lì, nel mezzo dell’Africa, dove oggi è arrivato. Ai margini del mondo. Nonostante la sua posizione geografica nel cuore dell’Africa centrale, equidistante dal Mediterraneo e dal Capo di Buona Speranza, la Repubblica Centrafricana è relegata infatti ai margini del mondo, primeggiando nel sottosviluppo, come testimonia la sua costante presenza nei bassifondi della graduatoria mondiale dell’Indice di sviluppo umano. È il volto dilaniato dell’Africa in un conflitto in atto che non è affatto di natura religiosa bensì politica ed economica, sullo sfondo di uno Stato in decomposizione che non è riuscito ad assicurare decenti condizioni di vita ai suoi cittadini. È il paradigma di un mondo mendicante diventato scarto, porta tragicamente aperta alle attività di gruppi armati, signori della guerra, mercenari e criminali, che hanno diffuso corruzione e cultura della violenza. Se i viaggi di papa Francesco conducono tutti verso dove c’è più necessità, perché «il Vangelo ci impone di uscire verso le periferie della società e di trovare Cristo nel sofferente e in chi è nel bisogno», questo è il Paese che ha scelto Francesco per aprire un’altra Porta, perché tutti possano attraversarla. Ecco, il Giubileo straordinario della Misericordia inizia proprio da qui, oggi. Per far comprendere, dal fondo di questo continente, il bisogno universale di trovare una strada per uno sviluppo degno, riconciliato nell’amore e nella dignità. «L’umanità ha bisogno di vedere gesti di pace»: l’apertura anticipata della Porta Santa nella cattedrale di Bangui è l’inizio per dire che un nuovo inizio è possibile. Qui sono le chiavi per il destino del mondo di domani. «Noi sappiamo – aveva detto Francesco – che la migliore risposta alla conflittualità dell’essere umano del celebre homo homini lupus di Thomas Hobbes è l’Ecce homo di Gesù che non recrimina, ma accoglie e, pagando di persona, salva». Nella Bolla d’indizione del Giubileo Francesco ha scritto che questo «è il tempo del ritorno all’essenziale per farci carico delle debolezze e delle difficoltà dei nostri fratelli. È giunto di nuovo per la Chiesa il tempo di farsi carico dell’annuncio gioioso del perdono». All’aeroporto di Kololo, a Kampala, di fronte a 150mila giovani ugandesi che lo avevano atteso per ore sotto un sole cocente, il Papa ha ascoltato le testimonianze di ragazzi rimasti orfani, rapiti dai guerriglieri, che hanno visto compagni torturati e uccisi. «Mentre li ascoltavo – gli ha detto poi a braccio – mi sono fatto una domanda: un’esperienza negativa può servire per qualcosa nella vita?... Sì, la vita è sempre un grande miracolo: si può trasformare una parete in orizzonte che mi apra il futuro. Se io trasformo il negativo in positivo sono un trionfatore, ma si può solo con la grazia di Gesù». Cristo è la porta. Francesco ha quindi rivolto una serie di domande ai giovani: «Siete disposti a trasformare nella vita tutte le cose negative in positive? Siete disposti a trasformare l’odio in amore? Siete disposti a trasformare la guerra in pace?». In questi giorni africani rivolgendosi in particolare ai giovani Francesco ha voluto aprire la porta della misericordia che è la strada della speranza e della pace: «Come diceva papa Giovanni, a tutti spetta il compito di ricomporre i rapporti di convivenza nella giustizia e nell’amore. Una catena di impegno per la pace unisca tutti gli uomini e le donne di buona volontà! È un forte e pressante invito che rivolgo all’intera Chiesa cattolica, ma che estendo a tutti i cristiani di altre confessioni, agli uomini e donne di ogni religione, e anche a quei fratelli e sorelle che non credono: la pace è un bene che supera ogni barriera, perché è un bene di tutta l’umanità. Ripeto a voce alta: non è la cultura dello scontro, la cultura del conflitto quella che costruisce la convivenza nei popoli e tra i popoli, ma questa: la cultura dell’incontro, la cultura del dialogo; questa è l’unica strada per la pace». Stefania Falasca