Opinioni

L'odio, il martirio, la speranza difficile. Il lume che arde

Marina Corradi sabato 27 maggio 2017

«Hanno rubato soldi e oro. Poi hanno chiesto loro di rinunciare a Cristo e di diventare musulmani. Se avessero accettato li avrebbero risparmiati, ma hanno rifiutato e così sono stati uccisi». Il parroco della chiesa copta San Mina e Papa Kirollos di Roma, padre Antonio Gabriel, in un’intervista al Tg2000 riporta gli spezzoni ancora frammentari della strage di cristiani copti, ieri in Egitto. Nella zona dell’attentato la copertura del segnale telefonico è scarsa. Le notizie arrivano in ritardo, a singhiozzo, confuse. Ma sui bus sventrati dai proiettili sono stati trovati anche dei volantini: «Un digiuno accettato, e tutti i peccati perdonati», c’era scritto. È una massima che si pronuncia nell’islam nel primo giorno del Ramadan. Che era ieri. Il primo giorno del sacro mese di digiuno. E quei volantini coperti di sangue, come un feroce ordine del Daesh ai cristiani d’Egitto: convertitevi. Oppure morite. Se veramente i pellegrini sui pullman hanno scelto, questa è la cronaca di un martirio.

Ciò che ne resta, nelle poche immagini che abbiamo, sono tre bambini atterriti, le magliette sporche di fumo, gli occhi sbarrati. Sono fra i pochi superstiti dell’eccidio sulla strada del monastero copto di Anba Samuel al-Muetarrif, San Samuele il Confessore, in una zona desertica 180 chilometri a sud del Cairo. In una foto sul sito dei cristiani copti “Watani” il vescovo di Maghagha, la città da cui i bambini provengono, li stringe fra le braccia e chiede notizie dei loro genitori. Che non si trovano. Che probabilmente sono negli ospedali o negli obitori delle città vicine; che sono forse fra le trentacinque vittime dell’ultimo attentato contro i cristiani d’Egitto. Doveva essere una giornata di festa. Due veicoli carichi di pellegrini cristiani erano in marcia sulla strada sterrata che conduce all’antico monastero, a nord della città di Minya. Uno veniva dalla città di Beni Sweif ed era carico di famiglie; il secondo trasportava i bambini della chiesa della Santa Vergine a Maghagha. Doveva essere proprio una giornata di festa. Possiamo immaginarci i bambini cantare, come in una gita di uno dei nostri oratori. Poi, improvvisamente, delle auto sbarrano la strada al convoglio. Uomini mascherati, armati fino ai denti, ne scendono. In dieci, ciascuno con un mitra in mano. Una raffica di colpi, una tempesta di piombo sui pellegrini inermi. Un’azione di guerra. Come aveva promesso ai copti, mesi fa, un messaggio del Daesh postato sul sito Dabeq: «Vi daremo la caccia; vi termineremo». Come avevano giurato le ultime parole, registrate , del kamikaze che l’11 dicembre 2016 uccise 28 fedeli in una chiesa copta del Cairo: «L’attacco nella vostra chiesa è solo il primo di molti che verranno».

E, fra i resti fumanti e anneriti dei pullman, quei bambini scampati. I loro occhi immensi come pagine su cui leggi terrore e sbalordimento. Forse perfino più sbalordimento che terrore: il non poter capire che cosa è stato, e perché mai. Gli occhi degli agnelli, in una terra infestata dai lupi.

Perché questo il Daesh vuole fare dell’Egitto, Paese dove la minoranza copta, il 10 per cento della popolazione, fino a non molto tempo fa conviveva pacificamente con l’islam. Dove, nei recenti sanguinosissimi attentati della Domenica delle Palme in due chiese, molti cittadini musulmani hanno soccorso i feriti, donato sangue, pianto con i cristiani. Ma il progetto del Daesh, è la sirianizzazione dell’Egitto. Lacerare, squartare la convivenza pacifica. Farla a pezzi. Lordarla del sangue dei bambini, come ieri. Mentre si andava verso un monastero sorto nel quarto secolo, luogo antico di cristianità, luogo silenzioso di santi e di preghiera. Ieri sul sito del monastero di Anba Samuel veniva proposto alla meditazione un passo della lettera di Paolo ai Filippesi: «And the peace of God, which surpasses all comprehension, shall guard your hearts and your minds in Christ Jesus». (E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù).

Sembra la sola frase che possa custodire i volti martoriati di quegli uomini, di quelle donne, di quei bambini, nel silenzio del deserto squarciato dai mitra e poi dalle grida e dai pianti.

Che cosa ci soccorre nella cronaca di questo martirio del Terzo Millennio? Ogni considerazione pare così impotente e vuota. Soltanto ci torna in mente l’eco delle parole del Papa, nell’ultima Udienza: «La speranza di chi non soffre, forse non è nemmeno tale. A Dio non piace essere amato come si amerebbe un condottiero che trascina alla vittoria il suo popolo annientando nel sangue i suoi avversari. Il nostro Dio è un lume fioco che arde in un giorno di freddo e di vento, e per quanto sembri fragile la sua presenza in questo mondo, Lui ha scelto il posto, che tutti disdegniamo».