Opinioni

Ucraina. Il granaio d'Europa «brucia»: s'infiammano domanda e prezzi

Paolo Viana venerdì 4 marzo 2022

Russia e Ucraina sono il primo e il terzo esportatore mondiale di cereali. Pesanti le conseguenze del conflitto

La pandemia e la guerra hanno risvegliato lo spettro della fame. Non parliamo delle 'solite' crisi locali, ma di carestia globale: una farfalla batte le ali a Mosca e piove nei supermercati di Milano. Meno poeticamente, l’invasione del granaio ucraino, quando ancora non ci eravamo ripresi dalla crisi dei container e dall’impennata del petrolio, ha riportato le lancette della Storia agli anni Quaranta. Quella ucraina non è soltanto una guerra tradizionale perché si combatte con i soldati, ma perché colpisce i trasporti commerciali. A Milano non manca ancora il pane ma il prezzo starebbe salendo. Fino a qualche settimana fa, l’onda lunga del Covid 19 ci impediva di cambiare l’auto in poche settimane, ora il blocco violento dei porti ucraini e l’isolamento internazionale di Mosca si riflettono sulla borsa della spesa. Offerta bloccata, domanda impazzita e inflazione: prezzo del grano a 9,34 dollari a bushel, un livello mai toccato negli ultimi nove anni. Aumenti paralleli per mais e soia, materie prime dell’industria mangimistica. Assalzoo, che associa oltre 100 aziende di questo settore, ha chiesto agli agricoltori italiani di seminare 80mila ettari di granoturco in più. Bisogna colmare il buco dell’import.

Dagli Stati in guerra non compriamo semente, ma grandi quantità di materia prima da trasformare. Food e feed. Dall’Ucraina l’Italia ha sempre ricevuto un milione e mezzo di tonnellate di granoturco, visto che non ne produciamo abbastanza e dobbiamo procurarci sui mercati esteri il 53% del fabbisogno. Negli ultimi due anni, ci siamo rivolti maggiormente a Romania e Ungheria, Austria e Slovenia, ma abbiamo continuato ad acquistare da Kiev più di 700mila tonnellate; comunque vada, non basterà trovare un pari quantitativo su altri mercati, perché tutti sono sotto pressione. Dalla borsa di Chicago all’industria, dall’industria all’allevatore, dall’allevatore alla vaschetta del supermercato, è corsa al rialzo. Sicuramente, siamo messi meglio dei cinesi: un terzo delle loro importazioni di mais «proviene dall’Ucraina e viene utilizzato per nutrire la più grande mandria di maiali del mondo », scrive il Financial Times. Non a caso, la Cina spinge per un negoziato che salvi i commerci più che i confini dell’Ucraina e tutti sanno che se Pechino dovesse concentrare i propri acquisti sul granaio russo annullerebbe l’effetto delle sanzioni occidentali.

Russia e Ucraina sono rispettivamente il primo e il terzo esportatore mondiale di cereali. Secondo il governo Usa, «la Russia e l’Ucraina insieme rappresentano un terzo delle esportazioni mondiali di grano, un quinto del suo commercio di mais e quasi l’80% della produzione di olio di girasole». Un fronte bollente per l’Italia è quello del grano tenero, che ha registrato il record assoluto: più di 350 euro a tonnellata. Anche il grano duro risente della crisi, ma meno pesantemente. Noi importiamo il 35% del nostro fabbisogno di grano duro per la pasta e il 60% del grano tenero che usiamo per fare pane, pizza e biscotti. Secondo i dati Italmopa, nei primi 11 mesi del 2021, abbiamo importato circa 122.000 tonnellate di grano tenero dall’Ucraina rispetto ad un totale di 4.018.000 tonnellate. Nel periodo considerato, le importazioni dall’Ucraina hanno rappresentato il 3 per cento del totale delle importazioni di frumento tenero. Sempre nei primi mesi del 2021, sono entrate 72.500 tonnellate di frumento tenero dalla Russia, che sono il 2% del volume totale delle importazioni di questo cereale in Italia. In base a tali percentuali, l’industria non dovrebbe avere difficoltà insormontabili nel reperire altrove la materia prima da lavorare.

Mosca cercherà di agire sulla leva commerciale per evitare la morsa delle sanzioni. La Ue potrà permettersi di fare a meno delle messi russe?

L’Italia, informa sempre Italmopa, non importa grano duro dall’Ucraina mentre le importazioni di grano duro dalla Russia ammontavano nel periodo gennaio/novembre 2021 a circa 52.000 tonnellate rispetto alle 2.100.000 tonnellate di frumento duro importate nel complesso (ossia, siamo a meno del 2,5%). «In ambedue i casi, pertanto, le importazioni risultano essere marginali e comunque strutturalmente sostituibili con altri fonti di approvvigionamento », spiega l’industria molitoria. Aggiungiamo che, nel caso del frumento tenero, le importazioni riguardano in particolare delle tipologie destinate alla produzione di farine di forza, ad alto contenuto proteico, per i prodotti di lunga lievitazione o di farine destinate alla biscotteria. «Il conflitto in atto – ci dicono – non dovrebbe pertanto determinare problemi per l’approvvigionamento in materia prima di frumento dell’industria molitoria tenuto conto del livello tutto sommato tranquillizzante delle scorte internazionali e comunitarie ma ha già avuto e avrà un impatto sulle quotazioni del grano tenuto conto della rilevanza della Russia e dell’Ucraina sui mercati mondiali del frumento tenero e del mais. Parimenti si potrebbero verificare problemi per quanto riguarda la logistica e i tempi di consegna delle merci». Insomma, la crisi potrebbe essere meno esplosiva di quel che si dice – ma ciò non toglie che la paura della carestia aiuterà gli speculatori a lucrare sull’allarme e infatti Assopanificatori ha già previsto un aumento del prezzo del pane nell’ordine del 10% – se non altro perché, secondo Rabobank due terzi del grano e dell’orzo russi erano già stati esportati. L’evoluzione della crisi dipenderà dunque, oltre che dalle operazioni militari, dalle sanzioni: se si userà troppa durezza, bloccando il resto del raccolto russo e ucraino, i prezzi potrebbero impennarsi fino a un terzo, dopo essere saliti del 9% in una sola settimana, quella del 28 febbraio. L’Europa può permetterselo?

La lezione di questa guerra è che la globalizzazione si paga cara anche nei Paesi ricchi, visto che il mercato delle commodities è caratterizzato da profonde interdipendenze e condizionato in modo trasversale dai prezzi del petrolio e del gas naturale. Questi ultimi hanno fatto registrare un aumento del +379% sul livello dell’ultimo trimestre del 2020. Incendiando il mercato dei fertilizzanti: il prezzo dell’urea è salito del +245%. Se il brent dovesse arrivare a 200 dollari al barile (ora è 112) sarebbe la paralisi per l’agricoltura europea, che sta pagando i propri errori. In un mondo globale, è necessario prevedere che prima o poi una farfalla – russa o di altra nazionalità – batterà le ali, mentre noi europei abbiamo delegato per decenni la nostra autosufficienza alimentare alle importazioni, penalizzando l’agricoltura interna e perdendo sovranità. Un ripensamento è in corso. Draghi ha già parzialmente rimesso in discussio- ne la transizione ecologica della produzione energetica, che ci fa dipendere dagli approvvigionamenti russi, e la strategia Farm to fork che intende dimezzare l’uso della chimica nei campi europei è pesantemente contestata. Mosca, per contro, sfrutta il proprio primato nella produzione di concimi e ha già messo in atto politiche di protezione vietando l’export di alcune sostanze, come il nitrato di ammonio. Brownfield Russia è un importante esportatore di fertilizzanti a base di azoto, potassio e fosforo e le sue operazioni hanno concorso a far aumentare l’urea di 200 dollari a tonnellata.

L’agricoltura europea paga i propri errori: abbiamo delegato l’autosufficienza alimentare alle importazioni, penalizzando le nostre coltivazioni e perdendo sovranità

Se dunque, come diceva von Clausewitz, la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, i russi la stanno combattendo sui mercati ben da prima di invadere Kiev e cercheranno di continuare a gestire la leva commerciale. Negli ultimi anni la presenza americana nell’economia ucraina era diventata sempre più importante ed evidentemente Mosca non ha gradito. Una nave mercantile noleggiata da Cargill, nei giorni scorsi è stata colpita da un missile mentre stava lasciando un porto del Mar Nero. La multinazionale americana possiede una quota in un porto d’altura vicino a Odessa e ha più di 500 dipendenti in impianti ucraini di lavorazione di cereali e semi oleosi. Archer Daniels Midland Co. impiega più di 630 persone e gestisce un impianto di frantumazione di semi oleosi a Chornomorsk, un terminal di Odessa, cinque terminal nell’entroterra, un silo fluviale e un ufficio commerciale a Kiev. Adm, Bunge e Chs hanno sospeso le operazioni in Ucraina. Bunge impiega più di 1.000 lavoratori in quel Paese. La società di brokeraggio Gaotrade ricorda che la chiusura dei porti ucraini e del mare di Azov (collegato al Mar Nero) significa bloccare il 90% della produzione ucraina di grano nel bel mezzo dell’aumento dei prezzi di questo prodotto, provocato anche dagli scarsi raccolti registrati in altri Paesi produttori, come il Canada. Perciò, Putin tiene aperti i porti sul Mar Nero, da dove fa partire il frumento di cui è il massimo esportatore mondiale.