Opinioni

Il direttore risponde. Un figlio nato senza gambe, e l’amore che conta e vince nella nostra vita

Marco Tarquinio mercoledì 13 gennaio 2016
​Gentile direttore;la notizia del bambino di Scandiano nato senza gambe all’ospedale di Parma mi lascia perplesso e preoccupato. Da quello che emerge dalle cronache e dai commenti nazionali sembra che la cosa giusta da fare sia un indennizzo alla famiglia. Ora, bisogna decidersi: pare che il problema sia la mancata diagnosi ai genitori quando ancora il bimbo era nel grembo della madre. Si evince che il diritto da far valere sia quello di papà e mamma a non avere un figlio diversamente abile oppure, appurata la negligenza di chi era addetto alle ecografie e altri esami, un risarcimento agli stessi genitori per lo stesso motivo, che vuol dire: un bambino esiste, ma è senza gambe, quindi, siccome non ero stato avvertito e non ho avuto la possibilità (legale) di farlo fuori in termini di legge, ora esigo dei soldi per questa negligenza di qualche professionista non all’altezza. Sapevo che c’è qualcuno che “di mestiere”  cerca di buttarsi sotto alle auto in modo studiato per assicurazioni prebende varie e probabili invalidità – basta un buon avvocato – ma arrivare a creare una notizia con lo stesso scopo partendo dalla nascita di un bambino handicappato, porta sconforto, mortificazione, sfiducia e infine rabbia. Mi sembra di capire che se tutto fosse andato come doveva andare, quel bimbo non sarebbe mai nato. Sempre le cronache ci parlano però di un neonato che gode di ottima salute. Riusciremo a chiedergli, quando avrà l’età della ragione, un parere sul diritto alla propria esistenza? Bisogna decidersi, dicevo: o siamo per la vita o siamo per la morte.Renato Ceres
Caro direttore,le scrivo per condividere i sentimenti di tristezza leggendo la vicenda della coppia di Parma, che ha fatto causa all’ospedale per non essere stata informata, attraverso gli esami condotti prima della nascita, della malformazione del figlio nato senza gambe. Posso solo immaginare la loro sofferenza, ma vorrei fare alcune considerazioni motivandole. Questi tempi sono contraddistinti più da voglie che da bisogni, più da pretese che da diritti. Mi spiegherò meglio. Attuare un percorso di genitorialità è una decisione legittima che spetta a ogni coppia. Si tratta senza dubbio di un momento molto bello, forse il punto più alto di progettualità che una coppia che si ama possa mai pensare di realizzare nella vita, ma… anche progettare una nuova casa è appagante, un viaggio, una nuova professione, una qualunque cosa che introduca nuovi equilibri nella nostra vita lo è, ma implica un fattore di rischio. Ed è proprio qui che sorgono i miei dubbi. Un figlio non è un oggetto, non è un diritto, non è un fatto dovuto, è un’operazione a rischio che implica il fatto di generare o di accogliere una nuova vita, un essere umano, lui sì titolare di diritti, e molti, visto che è tanto piccolo quanto indifeso. Acquistiamo una casa, che è garantita da difetti costruttivi per tot anni, così una vettura, assicuriamo gli imprevisti di un viaggio, stipuliamo un contratto per un cambio di lavoro che copra esplicitamente taluni rischi, ma la vita no, non è assicurabile, non possiamo coprire il rischio che ogni giorno vivere implicitamente ci riserva. Quando oltre 30 anni or sono eravamo a Bombay per l’adozione di nostra figlia, non avevamo alcuna garanzia del suo stato di salute anzi, ci venne detto che aveva un forte quadro anemico, ed era visibilmente in condizioni precarie, carente di tutto. Questo per dire che ogni vita che generiamo o che accogliamo – chiunque accoglie il disegno di Dio è fecondo – ha un valore che va oltre al prodotto in sé, o la accogli o non la accogli, o decidi di correrne il rischio, oppure non parti.Ruggero Poggianella
La penso come lei, caro signor Poggianella: la vita e l’amore non hanno certificati di garanzia. E i figli, come ho sperimentato, sperimento e più volte ho scritto, non sono mai riducibili a oggetti e, dunque, a “strumenti” funzionali all’esercizio di diritti altrui, di diritti di adulti. Sono anche convinto che ogni essere umano, in qualunque condizione si ritrovi, sia “per la vita”. Ho visto e raccontato abbastanza lungo la mia strada di uomo e di cronista da essermi reso conto che solo “perdendosi” un essere umano può precipitare in una prospettiva “per la morte”. E penso come lei, gentile signor Ceres, che questo bivio sia il bivio decisivo della nostra esistenza. Mi limito a queste rapide annotazioni. E solo un’ultima considerazione mi pare necessaria, proprio in riferimento al caso che ha suscitato, cari amici lettori, le vostre riflessioni assai diverse eppure anche complementari. Non do affatto per scontato che dentro la richiesta di risarcimento nei confronti della struttura sanitaria (e/o dei medici) avanzata dai genitori del bimbo di Scandiano nato “inatteso” senza gambe ci sia un risentimento contro la creatura. E neanche che la consapevolezza della reale situazione del bimbo avrebbe portato alla sua eliminazione attraverso l’aborto. I genitori, in casi del genere, come ha ricordato ieri sulle nostre pagine Lucia Bellaspiga, spesso vogliono essere solo preparati all’evento, all’incontro. Questo oggi è possibile ed è umanamente comprensibile che si cerchi una tale consapevolezza preventiva, che aiuta ad affrontare ed elaborare il dolore e il senso di iniziale inadeguatezza che si prova davanti a una diversità inaspettata e magari “forte”. E che più raramente di quanto in genere si crede conduce allo scarto del bambino “imperfetto”. Certo, ogni figlio scartato è uno di troppo. Ma ogni figlio comunque accolto è una conferma che la vita e l’amore, nonostante le nostre debolezze e l’assedio del male, resistono tenacemente e luminosamente alla morte. E vincono, ora e per sempre. È importante che lo sappiamo vedere e capire.