Opinioni

«La speranza è un ramo di menta». Soffrire per lo Yemen e per l’Ucraina

Marco Tarquinio sabato 14 maggio 2022

Una bellissima lettera di un italiano con radici yemenite rende merito al nostro lavoro di cronisti, ma soprattutto fa sentire con forza e delicatezza il peso della guerra e l’urgenza dell’impegno per abolirla

Gentile direttore,
tengo a inviare a lei e ai giornalisti di “Avvenire” i miei più sinceri e profondi ringraziamenti per il vostro impegno e lavoro. Comunicate con umanità ed equilibrio e siete fra i pochi giornali italiani che parlano oltre che della guerra che insanguina l’Ucraina della guerra che ha distrutto lo Yemen, della sofferenza e del dolore che ha raggiunto ogni angolo, ogni casa. Grazie a nome di ogni bambino, di ogni donna e di ogni uomo yemenita. Vi consegno una riflessione che è un po’ la storia del mio essere italiano e yemenita.
Mi giro indietro e guardo quell’angolo straordinario chiamato “Arabia Felix”, lo Yemen, ricco di ospitalità, colmo di storia, di polvere, di sabbia e montagne, incenso, alberi e rocce, dolore e speranza, dove di giorno il sole è molto forte e le stelle di notte sono come uno sciame di api. Sto iniziando il mio viaggio, un viaggio che non ho scelto ma che ho sempre desiderato fin da quando in quinta elementare ho studiato Michelangelo, Galileo e il Rinascimento. L’ho sognato questo viaggio da un Paese lontano, povero, con tante difficoltà politiche ed economiche, una Repubblica con mille problemi ma che in qualche modo andava avanti. C’erano strade, scuole, piccoli ospedali, alberghi, università, moschee e giardini. C’era un legame sociale, c’era una storia, un presente con i suoi orizzonti che indicavano una speranza e un futuro. Dimenticavo: c’erano i musei, le librerie e le biblioteche anche se piccole, ma con scaffali pieni di libri e di documenti. C’era vita e il mio Paese era per me il più bello del mondo: il mio mondo. Perché c’era la Pace.
Rivivo come se fosse oggi, quel 15 marzo 2004 in cui sono atterrato a Roma-Fiumicino all’alba. Erano le 4 e faceva molto freddo. C’era anche la nebbia. Quel freddo era ancora più pungente per me che il giorno prima in aeroporto avevo salutato i miei familiari, i parenti e gli amici, tra lacrime e abbracci. Avevo lasciato tutti dietro a un vetro che mi separava da loro, un vetro molto spesso: li vedevo là dietro, ma non potevo tornare indietro. Fu lì che iniziò un’altra storia. Oggi non c’è più quel vetro e, se c’è, non serve a niente: nessuno parte e nessuno arriva dallo Yemen. Sono quasi otto anni che c’è la guerra, anche se nel mio nuovo Paese, di cui sono cittadino a tutti gli effetti, nessuno ne parla.
Cos’è la guerra? È un dolore che raggiunge ogni casa e colpisce con violenza cieca la vita: braccia, gambe, teste, alberi e fiori, distrugge muri, demolisce legami e relazioni, ospedali, scuole, asili, università e ponti. Senza fare distinzioni tra le cose e le anime. Brucia il passato, fa evaporare il presente, annerisce il futuro. L’acqua inquinata, il cibo scarso, le medicine scadute, l’odore di polvere da sparo che esala da ogni angolo. Anche l’orizzonte si è ripiegato: il sole non sorge e non tramonta, la luna non appare, le stelle non spuntano in cielo. Gli uccelli non cantano, spaventati dai motori degli aerei e dei carri armati che non cessano di ammutolire la natura. E io sono qui, ancora dietro quel vetro spesso, impotente e inebetito dal silenzio di chi a quella guerra non dedica che qualche dato drammatico sulla crisi umanitaria in corso.
Il cuore trabocca, allora guardo le stelle e odoro la menta cresciuta da un rametto di menta yemenita messo di nascosto in valigia da mia mamma. Troppo tempo fa. E prego, prego perché finisca la guerra in Yemen, e ogni altra guerra, e prego gli uomini di amare, di coltivare la pace, a qualunque costo, affinché si moltiplichi e cresca, come quel ramo di menta che è cresciuto e si è moltiplicato in Italia dove la pace regna. La guerra in Yemen ha annientato anche la menta, quando risorgerà la Pace in Yemen ritornerò con un ramo di menta per coltivarla.
Hamdan al-Zeqri, Firenze


Ho custodito in questi giorni tristi la sua bellissima lettera, gentile e caro dottor al-Zeqri, per speranza. Spes contra spem avrebbe detto Giorgio La Pira, che della sua Firenze è stato amatissimo sindaco. Speravo di pubblicarla quando uno spiraglio di pace – magari contemporaneo – si sarebbe aperto nella guerra che flagella da 2.614 giorni (2.607 dall’intervento della coalizione guidata dall’Arabia Saudita) il suo straordinario Paese di origine, lo Yemen, e che ora sconvolge in forma aperta e devastante anche la terra d’Ucraina. Non è stato così, purtroppo. Le sofferenze continuano, e le “ragioni” mille volte rivendicate della guerra continuano a fare a pezzi la pace, cioè la vita, i sentimenti, le relazioni, le cose delle persone coinvolte. Chiedere una svolta nonviolenta nel conflitto che oppone Stati e fazioni in entrambi i Paesi, chiedere semplicemente pace – come fa lei, come facciamo noi, come con voce più alta e forte di tutti fa il Papa – significa invocare la fine di questo scempio che non cambia la storia, ma torna a insanguinarla. La ringrazio per aver dato alla speranza di tanti e, come continua dirci Gino Strada, all’impegno per «abolire la guerra» la forma profumata e gentile di un ramo di menta. Grazie per il suo sentirsi ed essere, per amore della cultura che l’ha generato e di quella che lei ha voluto far sua, yemenita e italiano.