Opinioni

Ho provato la voglia di «farla finita». Mi hanno aiutato e sono vivo, e utile

Marco Tarquinio domenica 31 ottobre 2021

Caro direttore,
sono rimasto sconcertato dalla notizia che più di un milione di italiani ha sottoscritto il referendum pro-eutanasia. Io sono un ammalato psichiatrico da quando avevo 22 anni (ora ne ho 50) e la tentazione di "farla finita" l’ho avuta diverse volte. Ma se il diritto alla vita è sacrosanto, non credo che esista un diritto a procurarsi la morte (anche se non giudico chi ha fatto questa scelta). Quando una persona sta male, ha bisogno che tante persone le stiano vicino (parenti, medici, insegnanti, sacerdoti, amici, persone di buona volontà...) per aiutarla ad andare avanti con nuovi stimoli (specialmente nella sfera dell’empatia). Se sono ancora vivo lo devo a questa rete di solidarietà animata anche da persone in cammino di fede. C’è più coraggio nell’adoperarsi a sostenere una vita fragile che nell’aiutarla per la morte, che non sarebbe frutto di una scelta libera, perché la vera libertà si esercita scegliendo per il bene e non per l’annullamento. Anche i medici, che all’inizio della loro professione pronunciano il cosiddetto "Giuramento di Ippocrate", dovrebbero scegliere sempre per la vita del paziente. La sofferenza fa parte della vita di ogni uomo e gli ospedali e le cure mediche sono nati per portare sollievo agli ammalati. Pensare di sollevare un malato dalle sue sofferenze procurandogli la morte è una contraddizione in termini. È come se la giovane carabiniera, che ha salvato quella povera mamma di tre figli, avrebbe dovuto invece aiutarla a buttarsi giù dal ponte... Oggi sto aiutando i miei cari genitori anziani nelle loro invalidità e in difficoltà legate alla vecchiaia. Se avessi seguito le idee dei promotori del referendum sull’omicidio del consenziente, oggi chi si occuperebbe dei miei genitori invalidi? Forse chi si crede generoso perché aiuta gli altri ad ammazzarsi? Attenti a non insultare quanti fanno fatica a tirare la carretta della propria vita e quella dei propri cari. Noi disabili abbiamo bisogno di aiuti per vivere e non per scegliere la morte, che non sarebbe la fine dei nostri problemi, ma aumenterebbero le sofferenze di chi rimane qui. Caro direttore, mi scuso per lo sfogo. La ringrazio per quello che fate con "Avvenire" e la saluto, certo che la Misericordia di Dio è più grande di ogni nostra miseria.
Mario, provincia di Udine

Che Dio la benedica, caro Mario. Benedica i suoi genitori. E benedica chi le è stato e le sta accanto e le dà cura e un po’ di gioia, e le offre amicizia e sostegno materiale e spirituale nella fatica di vivere e di dare senso buono all’esistenza sua e dei suoi cari. Ogni vicenda umana è diversa, ma il bisogno di relazioni per essere vivi e resistenti è uguale per tutti. Credo anche che tutti possano avere buone intenzioni e che ci siano diverse forme di compassione. Penso che possa averne, in cuor suo, persino chi accompagna qualcun altro a farla finita, cioè gli versa il veleno nel bicchiere o nelle vene o – idealmente – gli prepara il parapetto da cui buttarsi giù od oltre il quale essere sospinto nell’estremo salto. Ma ho molto chiaro – e sono certo che ognuno di noi, pensandoci su, può arrivare a questa conclusione – che chi abbraccia la propria debolezza (e non è mai facile) e quella del prossimo (e si può, e accade ogni giorno) non ha soltanto buone intenzioni, fa certamente una cosa buona. Anzi fa l’unica cosa davvero buona. E tanto più in questo tempo sospeso tra slanci altruistici e quotidiani inaridimenti.
Ogni goccia di umana solidarietà, ogni stilla di compassione, ogni milligrammo di tenerezza – come direbbe papa Francesco – vanno perciò usati per servire la vita e rispettare la morte, senza far della morte bandiera. Senza mettere enfasi libertaria su un presunto diritto alla fine, ma resistendo e lenendo il dolore proprio e altrui. Tutti moriamo, tutti per quella porta dovremo passare... E se la luce cristiana che si spinge e ci spinge fin dentro l’eternità non è di tutti, l’intelligenza di quel limite estremo e della sua grandezza è possibile a tutti. Mai abbandoni, allora. Mai accanimenti. E mai opaca o calcolata indifferenza. Questa è "dignità". Per questo vale la pena di sperare e di lottare. E mai solo per sé.