Opinioni

Solitudini, incattivimenti e cattivismi: resistere a partire dal «buon vicinato»

Marco Tarquinio sabato 19 novembre 2022

L’ostilità dello sguardo e dei gesti verso qualunque “altro” vivente è al centro di una bella lettera che mi spinge a tornare a riflettere sull’alternativa alla deriva della multiforme “guerra alla solidarietà”. E a riprendere un saggio invito dell’arcivescovo di Milano: cominciamo a vivere la prossimità che costruisce la comunità

Gentile direttore,

a proposito della lettera di martedì 15 novembre 2022 del m agistrato Rosario Russo e della sua risposta vorrei sottolineare che il cattivismo imperante è subìto da emigranti (e da chi li aiuta!), animali e cittadini che hanno ben poco potere in tutti i sensi. Se le vittime preferite di questo “cattivismo” sono nelle cronache nazionali gli emigranti e coloro che cercano di farsene carico, in quelle quotidiane prevale quello verso il vivente solo, animale o persona, e, nel caso della persona, la solitudine consiste in quella assenza di comunicazione vera riguardo ai disagi che ha vissuto, vive, vivrà, assenza sempre più diffusa. Certo verso gli animali ci sono esagerazioni, favorite dalle pubblicità delle multinazionali, che hanno successo presso chi, anche se benestante, è solo, oppure considera l’animale un possesso come altre cose, ma nell’emigrante che salva il proprio gatto e cane, si riconosce la propria solitudine, fisica o affettiva, un mondo di relazioni, svuotate nella sostanza, in cui la vicinanza di un cane o di un gatto aiuta a conservare umanità. Io credo che l'acidità verso persone e animali abbiano la stessa origine, l’una con una profonda dimenticanza del passato, l’altra con un rifiuto della propria debolezza. Io credo che la vera solidarietà sappia abbracciare ogni essere vivente… un padre antico direbbe perfino i serpenti. Affrontiamo di più a livello culturale e concreto la solitudine, prima che si incattivisca contro gli altri per sfogo. Ma come ritrovare un po’ di gratuità nello stare insieme?
Giuliana Babini

Condivido pienamente la sua analisi, gentile professoressa Babini. E prendo sul serio la domanda finale. Come contrastare all’insegna della “gratuità” il dilagare di solitudini tristi e sospettose? Non lasciando affondare noi stessi e gli altri nella palude dell’individualismo. Custodendo il nostro essere comunità. Come farlo? Con pazienza, con visione. A partire da attitudini e atteggiamenti semplici e solidi. Un esempio? La ripresa e la valorizzazione dell’arte del «buon vicinato», suggerita persino profeticamente dall’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, nel Discorso alla Città di sant’Ambrogio del 2017, ben prima del tempo del Covid e della guerra aperta in Europa, nell’accelerare della crisi climatica (che ancora stentiamo a comprendere nella sua gravità) e nel pieno di una stridula e cieca “guerra contro la solidarietà” che nel nostro Paese (e non solo) già allora si era concentrata sui poveri (italiani di nascita o stranieri residenti), sulle persone migranti, ma anche sul rapporto tra le generazioni e pretendeva e quasi imponeva, anche per troppe condiscendenze e smaccati arruolamenti tra quelli che fanno il mio stesso mestiere, un’aspra radicalizzazione a ogni dibattito e atto normativo sulle architetture della nostra società (famiglia e altre unioni, inizio e fine vita, carcere, lotta alla povertà e tutela dell’ambiente). Il «buon vicinato» è una fraternità minore, ma soda. È saper stare accanto orecchi e occhi aperti, ma anche con la porta dischiusa ogni volta che serve. La porta del cuore, prima di tutto. Ma, per cominciare, anche quella del pianerottolo. E poi le altre, a una a una, con decisione e giudizio. Non per avventura, ma per amore. E se qualcuno pensa che sia retorica, non si dolga dell’aria irrespirabile, degli impoverimenti materiali e morali, dell’incattivimento diffuso… Non è un destino inesorabile, dipende da noi. E il «buon vicinato» è una gran scuola quotidiana per imparare a rispettare la vita e le concrete esistenze degli altri – di ogni vivente – così come sono e non per come li vorremmo. È un necessario e realistico primo passo sulla strada di una fraternità maggiore, che abbraccia l’umanità all’insegna dell’«amicizia sociale», ma anche l’intero Creato come la sapienza cristiana insegna e il magistero del Papa ci indica con chiarezza. È affrontare le avversità e le delusioni che incontriamo su questa via con intelligente pazienza e pacifica determinazione. Facile a dirsi e non semplicissimo a farsi, ma non così difficile come si dice. Tanti già si adoperano per questo. E continuano anche se li chiamano “buonisti” (o peggio) e intimano loro di smettere perché il mondo va in un’altra maniera… Ma quei tanti insistono. E sono “quelli delle Ong”, ma non soltanto loro. Ci sono normali cittadini e cittadine alle prese coi problemi di ogni giorno, ma capaci di non pensare solo a se stessi. E tanti sono uomini e donne delle istituzioni, che servono in divisa e no e dentro le regole mettono intelligentemente la loro umanità. Peccato che chi deve dare l’esempio, per le sue pubbliche responsabilità di governante e legislatore, da anni di questa urgenza comunitaria si disinteressi largamente o parli-parli-parli senza fare o addirittura spinga in direzione opposta mettendo in circolo più ostilità e più disprezzo, più aggressività in sostanza, anche attraverso qualche subdola forma di vaniloquio o di burocratica e sussiegosa inerzia. È un vero e proprio anti-amore. E questo – come ci ricorda sempre papa Francesco – è doloroso per tutti, e per moltissimi è inaccettabile. Per coloro che sono cristiani, e non solamente a parole, dovrebbe essere semplicemente inconcepibile.