Opinioni

Il direttore risponde. Amazzonia, non è una storia di brioches

Marco Tarquinio martedì 26 giugno 2012
Gentile direttore,
pur avendo da molto tempo lasciato alle spalle l’infanzia, leggo qualche volta Popotus e trovo irresponsabile, su alcuni argomenti, il vostro modo di "istruire il pupo". Mi riferisco all’articolo "Attacco all’Amazzonia" pubblicato il 29 maggio scorso a pagina 3 , e devo rilevare che il contrasto fra difensori dei boschi (buoni) e «grandi produttori agricoli», ovviamente cattivi, è presentato con una superficialità e una incongruenza che a mio parere offende l’intelligenza dei bambini stessi. I cattivissimi grandi produttori agricoli vorrebbero ridurre l’area boschiva in Amazzonia per produrre soia, molto redditizia (altra imperdonabile condizione) perché i cinesi, sti sconsiderati, ne richiedono quantità enormi! I cinesi non hanno più soia da mangiare? Mangino brioches!
Umberto V.
 
Non è una ideologica questione di "buoni" e "cattivi", gentile signor Umberto. La deforestazione dell’Amazzonia è dovuta in buona parte all’accaparramento di terre da parte di pochi latifondisti produttori di soia (che rivendono sul mercato internazionale). In appena quarant’anni, il Brasile è passato, a spese del "polmone verde del mondo", da una superficie di 1,7 milioni di ettari di coltivazioni a 25 milioni. E questo a seguito di una 'guerra' dalle conseguenze pesanti. La Commissione della Pastorale per la terra – organo della Conferenza episcopale del Brasile – ha dovuto registrare e denunciare tra il 1996 e il 2011 l’assassinio di ben 214 persone che si opponevano alla deforestazione nello Stato del Parà. È una storia scritta col sangue, gentile lettore, e su Popotus l’abbiamo tratteggiata evitando le pagine più dure e citando l’essenziale. Comprendo le sue buone intenzioni, ma la sana imprenditoria e le "brioches" qui non c’entrano proprio.