Opinioni

L’ultimo saluto di don Cirillo. Il coraggio di dire che ci rivedremo di là

Marina Corradi sabato 4 aprile 2020

«Ci vediamo di là». Così è morto di Covid don Cirillo Longo, 95 anni, fondatore del Centro Don Orione di Bergamo. L’ultima foto lo mostra con il respiratore sul volto e il rosario sulla spalla – come i braccianti una volta portavano la zappa, nel rientrare a casa, la sera.

«Ci vediamo di là. Non abbiate paura, perché siamo tutti nelle mani di Dio». Sembrano le parole di un vecchio generale a un esercito scompaginato e spaurito. Perché in realtà quanti, fra noi credenti, hanno forte in sé una tale certezza? Si diceva fino a un mese fa che la morte era la grande censurata del nostro tempo. Ora che lei si è fatta avanti così brutalmente, ineludibile in ogni immagine dei telegiornali, ciò che è ancora rimosso sembra la speranza cristiana in un’altra vita, oltre la morte.

La vita eterna, espressione quasi impronunciabile fra noi. Quasi fosse una fiaba, di cui un po’ ci si vergogna. Chi è sotto lo schiaffo cocente di un lutto, certo, cristiano o anche per niente, non può non farsi una domanda: mia madre, mio fratello, li rivedrò? E decine di migliaia di persone, colpite anche magari all’improvviso, dentro una vita tesa a tutt’altro, questa domanda se la stanno ponendo. Tra sé: quasi non osando darle voce. Ha un’apparenza così spaventevole, la morte: è mani amate e ora fredde, è una bara che viene chiusa, è una lapide di marmo. E il nome scolpito sopra, sembra già irrimediabilmente lontano.

Ci vuole un coraggio forse non nostro, un coraggio che bisogna chiedere, per dirsi, e dire all’altro, che questa apparenza algida e spietatamente concreta non è, tuttavia, l’ultima verità. È, sì, un muro altissimo, che ci impedisce di vedere oltre. Ma oltre, ci è stato promesso, non c’è il nulla. «Oggi sarai con me in Paradiso», si sente dire Barabba – Barabba il ladro, Barabba, il peggiore. Non dobbiamo credere a quello che Cristo dice dalla Croce?

Eppure, una stratificazione secolare di positivismo e materialismo e distrazione ci rendono faticoso fidarci davvero di questa promessa. Poi, forse, non ci si pensa davvero. Finché la morte non ci colpisce col suo schiaffo. Ricordo un figlio adolescente, la notte dopo che era scomparso un nonno: «Non è possibile, non può essere, che lui non ci sia più». E allora assistetti a una strana reazione, quasi non mia, tanto era il desiderio di giurare a quel figlio che non finiamo nel nulla, e che ognuno di noi è caro a Dio. Con una sicurezza che normalmente non possedevo gli dissi che io ero assolutamente certa: il nonno viveva, e un giorno lo avrebbe ritrovato. Mi stupì molto, questo improvviso, quasi ferino sussulto di forza e fede, come fosse un dono. Bisogna domandarlo, questo dono, questa certezza. Altrimenti, con quali parole stare davanti a chi sa di essere incalzato dalla morte, o a chi dopo cinquant’anni di matrimonio si ritrova solo, e quasi orfano, come un bambino?

Noi ci ritroveremo ancora insieme. Non possiamo credere in Cristo, e non credere nella sua promessa dalla Croce. Bisogna osare questa speranza, tanto più l’apparenza livida della morte ci si innalza davanti, alta come un’onda mai vista.

Bisogna dirlo ai lontani, ai distratti, ai soli. Quella lapide non è l’ultima parola: altrimenti la nostra speranza sarebbe vana, e davvero, come scrive Paolo ai Corinzi, saremmo «i più infelici degli uomini». Ma nessun volto, nella misericordia di Dio, andrà perduto. «Non abbiate paura. Ci vediamo di là», ci ha detto un prete quasi centenario, che nell’ultima foto sorride, come un soldato che ha combattuto la buona battaglia. È questa, l’ultima parola.