Opinioni

Ucraina. Il commercio del mondo è nudo la globalizzazione imprevedibile

Roberto Petrini giovedì 7 aprile 2022

Il movimento dei Paesi non allineati sul piano monetario, con yuan, rupia e rublo, potrebbe farsi avanti, mentre si pensa a panieri di materie prime. E la guerra può avere altre conseguenze

Putin: «D’ora in poi il gas si paga in rubli». Occidente: «Neanche se ne parla, i contratti dicono che dobbiamo pagare in euro o dollari». Putin: «Allora non vi vendo il gas». La pretesa di Mosca, poi di fatto rientrata, di far pagare il gas in una moneta poco liquida, poco stabile e 'in vendita' solo presso la Banca centrale russa al prezzo deciso dalla Russia, è stato uno dei colpi di teatro che segnerà il futuro dei rapporti economico-finanziari internazionali. La violazione contrattuale, seppure una pagliuzza nei confronti degli orrori della guerra, non sarà presto dimenticata e la fiducia di Stati e mercati, degli uni rispetto agli altri, è destinata a subire una significativa incrinatura.

La forza invece della lex mercatoria che pure funziona dal Trecento, la durezza di due contendenti mercantili, creditore e debitore, invece della sofisticata eleganza della finanza. Che fine hanno fatto tutti i passaggi in cui incespicò la crisi economica del 2007-2008? Allora assistevamo a creditori e debitori legati da una lunga catena di impegni: il piccolo debitore che aveva contratto il mutuo, il suo mutuo assunto da una banca e inscatolato in una obbligazione, trasferito a un fondo, assicurato con un Cds. Allora era finanza, oggi è gas, ma la rappresentazione è cambiata facendo venire alla mente le parole di Marc Bloch: «Ritardare i pagamenti o i rimborsi e far accavallare perpetuamente gli uni sugli altri ritardi: questo è il grande segreto del capitalismo moderno». Ora però di fronte alla prepotenza della guerra anche il commercio internazionale, che batte cassa subito, è diventato nudo come il celebre Re.

Bisognerà considerare questi fatti nell’auspicato Dopoguerra, per ridisegnare il sistema dei rapporti economici, o geoeconomici, internazionali. E proprio su questo si interrogano un po’ tutti gli osservatori interni e internazionali. Le domande sono sostanzialmente tre, perché su tre gambe si muove la globalizzazione: commerci, finanza, monete. Quanto di questi tre sistemi resterà in vita? Le risposte che vengono date in questi giorni rimandano alla cosiddetta riglobalizzazione selettiva, alla deglobalizzazione o alla slowbalisation, e chiamano in causa u- na nuova Bretton Woods (cioè un grande accordo regolatorio). Certo è che dopo la prima globalizzazione della fine dell’Ottocento, a colpi di telegrafo e ferrovia, e la seconda dei giorni nostri, a colpi di internet e finanza, la terza globalizzazione, se ci sarà, avrà forme assai particolari.

La globalizzazione degli scambi. Dall’Uruguay Round al Wto, nel corso degli anni Ottanta-Novanta il forte abbattimento delle tariffe e dei dazi, ingresso della Cina compreso, ha consentito uno sviluppo enorme del com- mercio internazionale: il rapporto import- export sul Pil mondiale – come segnala 'My Data jungle' – nel 1970 era del 25,01%, nel 2008 era salito al 60%. Le dolenti note, come dimostra l’ultimo rapporto Wto 2021, sono arrivate con la crisi finanziaria dei subprime del 2007-2008, con la guerra dei dazi Trump-Xi e con il biennio Covid: oggi infatti quel rapporto commerci-Pil è sceso al 51,62%. La resilienza, come la chiama il Wto, c’è stata fino a oggi, ma terrà all’inquinamento dei rapporti di fiducia internazionali portati dagli orrori della guerra d’Ucraina? Anche le catene globali del valore, ovvero i processi produttivi che coinvolgono più Paesi, si stanno sfilacciando: il Covid ha segnato un rientro di molte aziende in Usa e in Europa e, come prevede il rapporto di Confindustria di primavera, la guerra intensificherà questo fenomeno intralciando la logistica dei trasporti e naturalmente le forniture di materie prime. L’Ocse in un rapporto dei giorni scorsi segnala almeno tre materiali prodotti dalle nazioni coinvolte nel conflitto cruciali per la produzione di batterie (il nickel), di marmitte catalitiche (il palladio), di semiconduttori (l’argon), di aerei (il titanio).

La resilienza c’è stata fino a oggi, ma terrà di fronte all’inquinamento dei rapporti di fiducia internazionali
portati dagli orrori del conflitto?

La globalizzazione finanziaria. Nata negli anni Ottanta, sostanzialmente per assistere la moltiplicazione dei commerci, ha avuto una corsa strepitosa: con la deregolamentazione e la liberalizzazione dei movimenti di capitale la somma di passività-attività dei Paesi industrializzati passa dal 70% del Pil del 1983 al 250% nel 2003. Il risparmio e i flussi finanziari cominciano a volteggiare sul pianeta attraverso money manager ed hedge fund, la legislazione Usa dei tempi di Bill Clinton a fine anni Novanta tiene a battesimo strumenti sempre più rischiosi, come i Cdo, obbligazioni garantite dai flussi dei mutui, che trovano contrassicurazione nei Cds. Ebbene anche la globalizzazione finanziaria si sta contraendo, soprattutto dopo la crisi dei subprime, che ha provocato una seria controffensiva regolamentare. I prestiti cross-border (quelli concessi all’estero) delle banche sono scesi dal 60 al 36% del Pil mondiale dopo il 2008. Un economista di grande esperienza come Lorenzo Codogno, in un suo recentissimo intervento destinato agli operatori internazionali, ha sottolineato il rischio che si vada verso un «protezionismo finanziario» e una «frammentazione» del sistema internazionale dei pagamenti. I l giocattolo si è rotto? La terza gamba della globalizzazione, quella del sistema monetario internazionale, è tra le tre quella sulla quale si discute di più ma che, secondo molti osservatori, potrebbe trovarsi in condizione di non poter essere spezzata. Perché il dollaro è risorto? Milton Friedman, capo della scuola di Chicago, rispondeva con realismo: «Perché un dollaro vale un dollaro». Cioè trova valore in sé stesso e non nell’oro o in panieri di altre monete. Il dollaro vive di luce propria. Molti avvistano la de-dollarizzazione a favore dello yuan, complici le sanzioni anti-russe.

Barry Eichengreen, una autorità in proposito, ha spiegato su Le Monde del 17 marzo scorso che la quota di riserve nel biglietto verde è diminuita negli ultimi due decenni del 10%, ma questa diversificazione ha favorito solo per un quarto lo yuan e per il resto è andata verso altre valute, come il dollaro canadese o il franco svizzero, più facilmente liquidabili e negoziabili. Eppure il movimento dei Paesi non allineati sul piano monetario, yuan, rupia e rublo potrebbe farsi avanti, mentre si immaginano panieri di materie prime. La guerra orribile potrebbe avere ben altre e non preventivate conseguenze.