Opinioni

Mondo. Il Venezuela di oggi, la Siria di ieri e i soliti giochi di potenza

Fabio Carminati mercoledì 27 febbraio 2019

Il paragone può forse apparire azzardato: Maduro come Assad. Sette anni di guerra non hanno abbattuto il rais siriano, anni di repressione e mesi di rivolte non sembrano scalfire il caudillo venezuelano. A unirli c’è un forte denominatore comune, la Russia di Putin. Assad ha vinto la guerra perdendo sovranità sul suo Paese, perché sa benissimo che affrancarsi dall’alleato significherebbe la sua fine. Maduro a sua volta, fin quando si sente protetto da Mosca e, per certi versi, da Pechino, può continuare a sparare sul suo popolo, arrestarlo e affamarlo. Sabato, comunque la si veda, ha vinto la guerra dei ponti, ha dimostrato che tranne qualche manipolo di soldati, il grosso della Fuerza armada resta con lui. Grazie all’oro con cui paga i militari e alle armi che Mosca recapita con gli aiuti sbarcati dai Tupolev.

Al punto che Guaidó, con un tono di disperazione, era arrivato a invocare «tutte le opzioni » – un’implicita apertura all’intervento armato esterno – per scalzare il dittatore. Non giova forse alla sua causa, ma soprattutto a quella del suo popolo, accompagnarsi quasi con ostentazione a due personaggi che la geografia ha proprio posto ai confini del Paese di cui si è autoproclamato guida: il colombiano Duque e il brasiliano Bolsonaro.

I due leader latinoamericani che, ancor prima della proclamazione dei risultati delle loro recenti elezioni, si sono dichiarati emuli di quel Donald Trump che per primo ha scatenato la reazione a catena di riconoscimenti del giovane ingegnere venezuelano. Seguito poi da una cinquantina di nazioni, ma non dal-l’Italia. Fin qui il passato e il triste presente di una popolazione che, al di là della tremenda strumentalizzazione che se n’è fatta, di quegli aiuti umanitari ha bisogno come l’aria. Ma il momento politico per il cambiamento, almeno nel brevissimo tempo, forse non è ancora giunto.

In queste ore Trump mette piede sulla terra simbolo della più cocente sconfitta americana dell’era moderna: il Vietnam. Per incontrare, di nuovo, quello che un tempo aveva trasformato nel più grande nemico del mondo e con cui ora vuole invece costruire (a meno di due anni dalle elezioni per il suo secondo mandato alla Casa Bianca) un «futuro radioso». Tra un paio di settimane vedrà Xi Jinping per chiudere quell’accordo sui dazi che preme più di ogni altra cosa a un presidente il quale non ha brillato in politica estera, ma di affari ne ha fatti e continua a farne. E non sempre necessariamente nell’interesse della nazione. Pechino, come si diceva, è inoltre l’anfitrione del secondo summit Trump-Kim e il secondo sponsor di Maduro.

Quindi, inevitabilmente, sui due tavoli la carta Venezuela dovrebbe spuntare da qualche polsino dei giocatori. Chiuse queste due 'partite' sarà forse la volta di Maduro. Con una strategia americana che lo considera un mezzo e non il fine del ritorno di Washington nel 'giardino di casa'. Il bersaglio grosso resta Cuba, dopo che Colombia e Brasile – i cui leader difficilmente possono essere considerati alfieri di una democrazia liberale – hanno già giurato fedeltà al 'good hombre'.

Detto questo, forse il paragone continua ad apparire azzardato. Non si dimentichi però che Bashar al-Assad a un certo punto – dopo la caduta di Raqqa e lo stallo ad Aleppo – decise che il 'patto con il diavolo' era ormai l’unico mezzo di sopravvivenza. L’Iran non bastava a sostenerlo, anzi era un bersaglio inevitabile dello scomodo vicino di casa israeliano. E a quel punto il passo verso Mosca è stato come la mossa dell’arrocco negli scacchi, il male minore per salvarsi. Così in Venezuela continuano a circolare le voci più insistenti della presenza di contractor della Wagner, di carichi di armi e di una base militare che Maduro concederà a Mosca proprio a un tiro di missile a corto raggio dalla Florida.

La penetrazione russa in America Latina, o meglio le brame in questo senso di Putin, sono arcinote. Vengono i brividi a pensare uno scenario simile a quello di più di cinquant’anni fa. Ma per fare un affare bisogna essere sempre in due e Maduro, in questo momento, ha ben pochi disposti a stringergli la mano e a guardargli le spalle.