Opinioni

Il caso Segre. Da un’arma non raccolta il simbolo dell’agire morale

Franco Vaccari venerdì 15 novembre 2019

Caro direttore,
accelerazione, complessità, conflitto, tre parole che corrispondono ad altrettanti processi socio-politico-culturali collegati tra loro come coordinate che possono aiutarci a comprendere un po’ meglio l’epoca in cui viviamo. Ad accelerazione per converso corrisponde conservazione, a complessità il bisogno di semplificazione e a conflitto paura. Da sempre un processo storico, quando assume una sua unicità, innesca nelle società e nelle persone processi psicologici contrari. È chiaro che questa miscela di accelerazione, complessità e conflitto innescano disorientamento e disagio: ogni volta che avvertiamo di subire la realtà anziché governarla l’angoscia sale. L’avverarsi di questo genere di esperienza, e addirittura il suo dilagare, produce sentimenti, atteggiamenti che non spariscono magicamente dalla vita delle persone, non evaporano, anzi sedimentano, finendo con il racchiudere in sé una carica emotiva che diventa collettiva e fondamentale per la costruzione del nemico: tali ingredienti sono frustrazione e rabbia.

Oggi, poi, un connubio tra reale e digitale fa esplodere e amplifica questi processi, per cui certi eventi e certe persone si prestano più di altre a diventare simboli di questi fenomeni, acquisendo e sviluppando – loro malgrado – una forza aggregativa iper-simbolica. Ecco perché Liliana Segre in questi ultimi giorni e settimane accresce in modo esponenziale il proprio valore di simbolo, perché sta al crocevia di questi processi, sia in senso positivo, nell’edificazione dei valori, sia in quello negativo della costruzione di un nemico (ragion per cui si è ritenuto di affidarla a una scorta dei carabinieri).

Ma, per comprendere meglio tutto questo, vorrei focalizzare nella vicenda di Liliana Segre un punto che forse è meno noto al grande pubblico, oltre al fatto di essere sopravvissuta alla Shoah e di conservare marchiato nella propria carne il simbolo di ogni disumanizzazione, il numero della contabilità umana di Auschwitz. Liliana, all’uscita del campo di sterminio, vive un’esperienza terribile e luminosa. Il suo aguzzino, in una forma goffamente tragica, si spoglia della divisa di SS per tentare di scappare camuffandosi tra la folla dei sopravvissuti e, nel farlo, getta la sua pistola ai piedi di Liliana. È lì che, ormai poco più che uno scheletro ambulante di tredici anni, Liliana avverte l’affiorare improvviso di ciò che ci rende umani e, davanti all’aguzzino nazista, non raccoglie la pistola, sceglie la vita e lo lascia andare. Lì, alla soglia tra la fabbrica della morte e i prati della vita, quella parola interiore diventa gesto di liberazione e dissolve le mille parole di odio che legittimamente potevano emergere in un cuore così gonfio di dolore. È da quella dissoluzione di ogni odio che Liliana acquista, come nessun altro, la forza di ricordare a tutti noi la possibilità e il dovere di spegnere ogni parola di odio, sempre.

In quel momento si consuma per tutti noi un prodigio: l’umano è più forte della sua disumanizzazione, la persona concreta emerge oltre il numero massificante. Una bambina, ancora viva e oggi anziana signora, riscatta milioni di bambini, donne e uomini che sono morti ma che rimangono nella nostra memoria. Quando dalla coscienza umana si afferma questo prodigio siamo di fronte a un assoluto. L’assoluto, quando si esprime in una parola o un gesto, diventa talmente chiaro che elimina tutti i "se" e tutti i "ma". Dalla parola e dal gesto emerge la memoria e basta; poi il silenzio che custodisce quel genere di adesione. L’agire morale precede e si stacca da ogni altro agire e subordina a esso anche l’agire politico.

Presidente Rondine, Cittadella della Pace