Opinioni

Ratificato il nuovo statuto Cei. Il cammino della «ricostruzione»

Marco Tarquinio martedì 23 settembre 2014
Il cammino "mano nella mano" della Chiesa italiana con Francesco riprende con rinnovata lena ora che la riforma di statuto e regolamento della Conferenza episcopale s’è compiuta, ora che il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, è stato riconfermato nel prezioso ruolo di servizio e di guida che svolge da 7 anni, ora che la speciale relazione e sintonia tra il Vescovo di Roma e i suoi confratelli della Penisola s’è affinata nei primi 18 mesi di pontificato del Papa dell’Evangelii Gaudium. L’immagine usata lo scorso maggio dal cardinale Bagnasco – quel sentirsi presi "per mano" – per rendere il senso dell’incontro e del colloquio ampio e profondo tra il Papa e i vescovi riuniti in Assemblea generale torna alla mente oggi, alla vigilia del Sinodo straordinario sulla famiglia che Francesco ha indetto per accrescere e fortificare, attraverso un dibattito aperto e saggio, la comunione ecclesiale e la capacità della Chiesa di servire la verità di Dio e dell’uomo e della donna e che più d’uno, invece, si premura di raccontare come un luogo e un tempo di pura "incomprensione" e di dura "divisione", replicando schemi interpretativi già malamente (e sterilmente) applicati ad altre vicende ecclesiali. Torna in mente quell’immagine familiare, le mani che si tengono e che si danno fiducia, mentre le parole, le preoccupazioni e le attese espresse dal Papa nel pellegrinaggio domenicale in terra d’Albania, cuore minuscolo e giovane della grande ed esausta Europa, trovano eco e originale e intensa continuazione nella prolusione del presidente della Cei ai lavori del Consiglio permanente.Una riflessione sui grandi temi che sono al centro della vita delle comunità cristiane e delle comunità civili (non solo) italiane e che, in questo tempo di dolore e prova e di necessario ricominciamento della speranza, il cardinale Bagnasco ha concentrato in particolare su due di essi. Prima di tutto, la scelta di stare totalmente a fianco dei «martiri» – mai così tanti, continua a ricordarci il Papa – nostri fratelli per fede e umanità, uomini e donne di pace incalzati dalla guerra e dalla persecuzione dei jihadisti, sino a essere minacciati di «genocidio», nel Vicino Oriente, ma anche in Africa e in troppe altre zone del mondo. E poi l’impegno sereno e deciso per la famiglia che – secondo le parole amaramente scelte a suo tempo da Francesco – è «disprezzata e maltrattata» dai corifei del «pensiero unico e omologante» e viene ancor più mortificata da una crisi economica e sociale che non è certo il frutto del caso, ma della declinazione di quello stesso «pensiero» che riduce la persona umana a isola, a strumento e addirittura a povero "prodotto", manipolabile e commerciabile a piacimento.Il Papa chiama tutta la Chiesa a «uscire» fuori da sé. Con slancio missionario, cioè con la capacità di vedere, scoprire e risanare con insuperabile fiducia e dedizione le radici malate dell’ingiustizia e della sopraffazione dell’uomo sull’uomo, cioè con fedeltà ai poveri e ai feriti che cercano salvezza e ai quali mai vanno chiuse le porte del grande «ospedale da campo» edificato dalla parola e dalla morte e risurrezione di Gesù Cristo. E la Chiesa italiana lo segue e lo accompagna in questo cammino, con la fatica e la convinzione di un impegno che non comincia oggi, ma che proprio oggi trova più motivi per essere declinato con coerenza evangelica ed efficacia umana. Anche chiamando i fedeli laici a un protagonismo generoso per ricostruire con la propria «vita buona», attraverso la tessitura di «reti» che aiutino a resistere a solitudini e narcisismi, nel dialogo a occhi aperti con i mondi della politica e dell’economia il "posto" della famiglia e, con esso, il "giusto posto" di ogni donna e di ogni uomo nella nostra società italiana ed europea e in un mondo che devono riuscire a diffondere la solidarietà e a liberarsi dall’idolatria di tutti i poteri senza misura e senza responsabilità.