Opinioni

La fine della scuola. I miei ragazzi di III media hanno talenti che non vedono

Lorenzo Galliani sabato 10 giugno 2023

Alla cena di classe della III D Adam si è scatenato nell’imitazione di noi prof, azzeccando alla perfezione i vari tic e modi di dire. Che bravo lui, e che belle le risate dei ragazzi. Quando ci siamo incontrati, a settembre del 2020, di risate ce n’erano un po’ meno, e le espressioni dei volti potevo solo immaginarmele. C’erano le mascherine, i banchi distanziati – senza rotelle –, scotch bianco-rosso per terra (più che un’aula, sembrava un aeroporto, con tutta quella segnaletica), e allarmi che scattavano ad ogni intervallo: « Ehi, manteniamo il distanziamento!». È arrivato invece il tempo degli abbracci, che ho cercato di mascherare con un minaccioso: «Guardate che ci rivediamo ancora, vi aspettiamo all’esame!». Ma in realtà il magone ce l’avevo un po’ anch’io.

Ogni volta che si lascia una classe si vive un piccolo lutto, anche se è giusto che sia così: come i figli non devono stare sempre con i genitori, gli alunni sono attesi da nuovi percorsi, nuove esperienze e nuove figure di riferimento. Quest’anno, almeno per me, il lutto è però un po’ più grande del solito, proprio perché diverso dal solito è stato il percorso, accidentato dalla di-dattica a distanza (comunque, meglio che niente) e per qualcuno anche da altri eventi – vedi la guerra in Ucraina – che hanno sconvolto la quotidianità. Temo che, per noi delle medie, siano in arrivo nuove classi ancora più insicure. Perché – ma è solo una mia supposizione – chi ha dovuto affrontare emergenza Covid e distanziamenti vari quando era ai primissimi anni delle elementari potrebbe avere avuto più ripercussioni rispetto a chi di anni ne aveva già 15 o 16, e magari le spalle un po’ più robuste.

Non credo però che impaurirsi serva a qualcosa. Anche perché, immaginando il futuro, non riesco a vedere tutto nero. Sono giorni di scrutini, e mi trovo circondato da colleghi che di solito incrocio nei cambi d’ora e poco altro, e che invece in queste riunioni-fiume mi trasmettono tutta la passione che hanno per il loro – il nostro – lavoro. Perché si può pensare che gli scrutini siano solo il momento nel quale i prof danno i voti, ma non è così. Francesco (italiano) è preoccupato per Cecilia di terza, che ha evidenti difficoltà nell’attenzione e in tanto altro ma che i genitori si rifiutano di sottoporre a visite specialistiche, perché si sentirebbero falliti davanti a un esito negativo. Elena (matematica e scienze) ci informa di un lutto che ha appena colpito i due gemelli della prima. Enrico (francese e, come tanti di noi, precario) è dispiaciuto perché l’anno prossimo cambierà scuola: con la sua classe si era faticosamente creato un bel clima, e chi arriverà dopo forse dovrà cominciare da zero. E quanta pena fa a noi Bruno, che – piccolino, timido e dai movimenti sgraziati – sembra avere l’identikit perfetto per essere bullizzato al primo anno del professionale. Ma no, speriamo di sbagliare le previsioni.

Non riesco a essere pessimista guardando i «miei» ragazzi di terza, che ovviamente miei non sono. Molti di loro hanno limiti evidenti, e non solo perché scrivono strafalcioni grammaticali che sarebbero stati severamente puniti «ai nostri tempi» (oddio, sto parlando come quelli che una volta avrei bollato come «vecchi»). Hanno però tante marce in più, parecchi talenti che non sanno di avere, e che spesso neppure noi docenti siamo stati in grado di riconoscere. Non chiamateli «il futuro » del nostro Paese, che puzza un po’ di «adesso ci siamo noi adulti, per voi c’è tempo dopo». I ragazzi non sono solo il futuro: sono anche e soprattutto il presente. Proprio per questo, è un peccato che – anno dopo anno – di ragazzi ce ne siano sempre meno. Poche cose sono tristi come una scuola che chiude una sezione, o un paese che la scuola la perde proprio. Ma è difficile – finché di bimbi ne nascono pochi – pensare che la direzione possa essere diversa.