Opinioni

L’XI Giornata del malato oncologico. I diritti (poco conosciuti) dei “sopravviventi”

Daniela Pozzoli domenica 15 maggio 2016
Francesca ultimamente cambia spesso la foto del suo profilo Facebook. Lei sta cambiando in fretta: via la parrucca bionda, via il foulard annodato in un certo modo che ha insegnato ad annodare ad altre malate calve com’era lei. E da ieri appare con il capello cortissimo, così esageratamente corto da aver bisogno di un bel trucco e due orecchini appariscenti. Tanto per evitare di sembrare “spelacchiata” o malata, come scrive con ironia sui social. Il fatto è che tra breve i capelli a Francesca saranno tornati di una lunghezza da non apparire sospetta, le sue sopracciglia si saranno riempite di nuovo, evidenziando i begli occhi grandi e nessuno si ricorderà più che è e resterà ancora a lungo una malata oncologica con le sue difficoltà e paure. Perché la malattia, soprattutto se grave, dopo un po’ stanca e per chi è sano è come se tu non avessi avuto niente di più che un’influenza.Oggi si celebra l’XI Giornata del malato oncologico che è focalizzata su un obiettivo molto importante: informare chi soffre di gravi patologia tumorali che esistono precisi diritti e tutele sul posto di lavoro sia per chi sta male che per chi lo assiste, permessi speciali e via discorrendo. Per dire che vanno banditi gli atteggiamenti discriminatori di cui purtroppo alcuni “sopravviventi”, gran brutto termine che però rende bene l’idea, sono ancora oggi vittime sul luogo di lavoro. Tutto questo va bene, ma resta il fatto che il “paziente” (quanta pazienza occorre nelle lunghe ore trascorse in attesa di un esame o una terapia) oncologico porta dentro di sé una cicatrice che difficilmente guarirà. Ma che c’è. Un amico prete, mentre si curava da una leucemia, mi ha rivelato che spesso andando a trovare un malato, in buona fede, gli diceva: “So quello che provi”, ma il senso vero di quell’affermazione lo aveva capito solo sentendo la sofferenza incidere la propria carne.Oggi a chi ci sta vicino e sta vivendo o ha vissuto questa esperienza di dolore fisico ma anche spirituale, e sono tanti (3 milioni le persone malate di cancro in Italia, oltre il 5% della popolazione) ricordiamoci di dare una pacca sulla spalla o una carezza, per fargli capire la nostra discreta vicinanza. Che ci siamo, ci ricordiamo cosa ha passato e sappiamo quanta fatica fa a sottoporsi a esami a volte eccessivi, a tenere a bada i cattivi pensieri, ad andare a salutare un amico che non ce l’ha fatta.