Opinioni

Tutti in coda, o all'arrembaggio, alla conquista dei gadget digitali. Hi-tec, la storia siamo noi

Alessandro Zaccuri sabato 29 ottobre 2011
In fila o alla carica. All’arrembaggio, quando va male. E quando va malissimo all’assalto addirittura, com’è successo l’estate scorsa a Tottenham, il sobborgo di Londra dove si è scatenata la sommossa che all’inizio sembrava una rivoluzione e invece è andata a finire come una liquidazione. Convenientissima per di più, dato che tablet e smartphone venivano via a costo zero: bastava spaccare la vetrina, saccheggiare il negozio e portarsi a casa la mercanzia.Certo, il bagno di folla che l’altro giorno ha accompagnato l’apertura di un megastore a Roma, nella zona di Ponte Milvio, non era bellicosa né tanto meno incappucciata come i teppisti londinesi. Per non parlare delle code – imponenti sì, ma ordinate – che ieri si sono formate in tutta Italia ovunque fosse annunciata la vendita dell’iPhone ultimo modello (si chiama 4S e, volendo, si può leggere come l’abbreviazione di «for Steve», nel senso di Jobs). Devastazioni a parte, però, quello che si ripresenta inalterato è un desiderio di possesso spasmodico, e talvolta talmente ossessivo da diventare violento. È qualcosa di antico come l’umanità, ma che in questi anni si manifesta con particolare furia quando appaiono sulla scena i gadget della tecnologia digitale. Più facili da intascare di quanto non possa esserlo un’automobile o un altro dei beni che, per decenni, hanno dominato le aspirazioni e le invidie dei consumatori. Colpa delle crisi, forse: al Suv non ci si pensa nemmeno, mentre un televisore ultrapiatto dà l’impressione di assottigliarsi ulteriormente in uno stillicidio di rate.Ma il nostro bisogno di macchinette interconnesse, probabilmente, ha anche un altro significato, allude a un sogno più complesso di quello, pure allettante, della comodità e dell’eleganza.Lo si intuisce leggendo, per esempio, Meglio che noi stessi, il saggio in cui Gian Paolo Parenti (studioso dei media, oltre che dirigente televisivo) spiega come e perché, in questi tempi di incertezza, le pratiche del consumo si intersechino sempre di più con le forme della narrazione, fin quasi a confondersi le une con le altre. Nel momento in cui scegliamo di acquistare un oggetto, osserva Parenti, non ci limitiamo a valutarne le caratteristiche di qualità e prezzo, ma proiettiamo su di esso tutta una serie di aspettative più o meno esplicite. Ci lasciamo allettare dal prestigio che emana da un determinato logo, che però non si accontenta più di proporsi come "marca" e dunque si impone come storia, tradizione, promessa di continuità. La vera garanzia nascosta nello scontrino che prova la nostra condizione di proprietari non riguarda l’eventuale malfunzionamento. Al contrario, quel pezzetto di carta chimica è la prova che anche noi, adesso, facciamo parte di una storia, ne rappresentiamo la prosecuzione o magari, chissà, il punto di svolta.Il meccanismo – che Parenti illustra con un continuo ricorso ai luoghi canonici del mito e della fiaba – è ancora più seducente quando riguarda un oggetto che, a sua volta, ci permette di fruire di una narrazione o di elaborarla per conto nostro. In un passato non ancora del tutto trascorso la tv è stata principalmente questo, e cioè una fonte di racconti sempre disponibile e cangiante, almeno in apparenza. Oggi dispositivi come gli smartphone accorciano ulteriormente le distanze e ci trasformano in narratori della nostra quotidianità. C’è tutto, lì dentro: foto e numeri di telefono, appuntamenti e collegamenti. Un’autobiografia in formato "salva con nome", in continuo aggiornamento perché continuamente da aggiornare. Per questo, in definitiva, ci mettiamo in fila o andiamo all’arrembaggio: per dimostrare, tutti insieme, di essere l’uno diverso dall’altro.