Opinioni

Gli altri «sono» un mio problema. Le crisi e la lezione di «Mezzogiorno di fuoco»

Umberto Folena mercoledì 8 luglio 2015
«Non bastano le spalle grosse per fare un uomo». Non basta un’economia baldanzosa per fare grande una regione o una nazione. Non basta inorgoglirsi della propria democrazia per rendere un popolo davvero libero, capace di decidere il proprio destino. Non basta, se con il treno di mezzogiorno per Santa Fè è in arrivo Frank Miller, pistolero e assassino, e ad attenderlo ci sono tre tiratori della sua banda. La crisi greca; la crisi ucraina; l’avanzata dell’Is; il popolo dei disperati che sbarca lacero e confuso; l’assedio della povertà e della disoccupazione, nemici questi ancor più prossimi. Bisognerebbe guardare e riguardare un film che in questi giorni Sky sta riproponendo on demand, High Noon  (“Mezzogiorno di fuoco”), diretto nel 1952 da Fred Zinnemann, ebreo e austriaco, e questo già potrebbe bastare per farci sospettare che non si tratta di un semplice western; aggiungiamoci la sceneggiatura di Carl Foreman, incalzato dalla Commissione per le attività antiamericane per il suo supposto comunismo, e il sospetto diventa una certezza. Appena 82 minuti, unità di tempo, spazio e azione come in una tragedia greca, dalle 10.30 alle 12 del 26 giugno 1898 in una cittadina del New Mexico. Facciamolo l’esercizio. Noi chi siamo, del popolo di Hadleyville, mentre le lancette ci ricordano che il tempo per decidere è poco, sempre meno, anzi è finito? Potremmo essere come la feccia del saloon, gente che in fondo si fa una bevuta, non commette nulla di male e preferisce il ritorno del fuorilegge, con la sua allegra anarchia, all’ordine tornato in città. Potremmo essere come i fedeli riuniti nel tempio, sbarbati e ben vestiti: ragionano, e giungono alla cinica conclusione che una sparatoria allontanerebbe gli investimenti dalla loro città, insomma non abbiamo bisogno di pubblicità negativa. Potremmo essere come Will Kane: alle 10.30 si sposa con Amy, si è dimesso da sceriffo, ma il successore deve ancora arrivare. Scappa, gli dicono tutti, non è un problema tuo. Ma lui, semplicemente, non ci riesce. Prova a scappare ma qualcosa glielo impedisce. Amy, quacchera, lo avverte che se lui dovesse affrontare i banditi, lei se ne andrebbe da sola. Proprio su quel treno. Will Kane, un Gary Cooper ormai cinquantenne, lungo e secco, non ha le spalle particolarmente grosse ma ha molto di più. Dovere, missione, responsabilità… chiamatelo come vi pare. Rimane. La celebre canzone di Dimitri Tiomkin, Do Not Forsake Me, My Darling (“Non abbandonarmi, mia amata”) scandisce i minuti. E alla fine sarà proprio lei, Amy, una giovanissima Grace Kelly, l’unica a correre in suo aiuto. I quattro banditi giacciono nella polvere. E nella polvere finisce anche la stella da sceriffo, che Gary abbandona prima di andarsene, senza una parola. Il modo sbagliato per cogliere la lezione del capolavoro (quattro Oscar nel 1953) è mettersi a cercare tanti sceriffi Kane. Il modo giusto è indossare, almeno per un poco e magari senza il carisma di Cooper, i panni dello sceriffo Kane. Il modo giusto è smetterla di passare in rassegna guai e minacce e concludere: “Non è un mio problema”. Il modo sbagliato è ragionare come il portiere dell’albergo: quando c’era Miller, dice senza giri di parole, qui c’era un bel movimento, ora è un mortorio. Movimento, ossia donnine e clienti e grandi bevute. Ossia soldi. Il modo sbagliato è pensare: la presunta minaccia mi fa guadagnare? Allora ben venga, e peggio per gli altri (“Gli altri non sono un mio problema”). Siamo a mezzogiorno meno una manciata di minuti. E lo sceriffo Kane chiama tutti, la feccia del saloon come i probi cittadini del tempio. E la canzone va: “Do Not Forsake Me, My Darling. My friends. My people”. Niente abbandoni né indifferenza, amata mia, amici miei, popolo mio.