Opinioni

Il direttore risponde. Giustizia, politica, stampa: scegliere

giovedì 11 aprile 2013
Caro direttore,tra gli altri titoli, mi ha colpito su Avvenire del 9 aprile quello dedicato a “Ingroia diventa esattore: a lui i tributi siciliani”. Temo che non potrà essere il Csm a impedirglielo, ma solo la legge che i signori politici avrebbero dovuto già formulare da lustri per ribadire che chi è magistrato è e fa solo quello, una legge netta in materia, visto il degrado della consapevolezza individuale. Da anni, da cittadino e da addetto ai lavori, predico che l’ordinamento giudiziario va rifondato (non riformato!), perché, tra i tanti enormi problemi che sfociano nel coma straordinario della signora Giustizia, c’è anche questo (piccolo) problema di qualche signor magistrato che vuole appartenere alla super casta, ma vuole anche fare altro, in contrasto col sentire comune e con quello che dovrebbe essere il cardine della deontologia professionale. Forza politici, decidetevi a fare qualcosa di serio, perché questo problema (il primo nella nostra società, perché senza giustizia se ne va tutto a pallino) dev’essere risolto con precedenza assoluta, anche se con ritardo di lustri da quando si è posto. Fin dal 2005 il professor Cacciari affermò categorico: «Bisognerebbe imporre per legge ai magistrati che vogliono entrare in politica un “preavviso” di almeno tre anni. Come è possibile... Io sono veramente esterrefatto, letteralmente senza parole e ritengo inaudito...». Di evidenza lapalissiana. Il 5 dicembre anche Vietti, vicepresidente del Csm intervistato da “Avvenire”, scoprì l’acqua calda: «Chi fa il politico non torni più magistrato», dopo aver pietito dai partiti l’elemosina di non candidare magistrati. E lo scomparso Pier Luigi Vigna, nell’agosto 2012 sul “Corriere della Sera”, tuonò per l’ultima volta: «Magistrati mai in politica». Mai in qualsiasi altra attività, anche prestata gratuitamente.Mario Grosso, Gallarate (Va)Lei, caro signor Grosso, è un realista che in materia giudiziaria inclina – anche per esperienza professionale – a un amaro pessimismo. Ma almeno per una volta si dovrà ricredere. Proprio ieri, infatti, il Consiglio superiore della magistratura ha stabilito che l’ex pm Antonio Ingroia dopo essersi candidato a premier, abbandonando l’importante incarico giudiziario che l’Onu gli aveva affidato in America Latina, adesso di fronte a un bivio che gli si propone dovrà scegliere in modo netto: o torna in magistratura oppure accetta l’incarico di nomina politica alla testa di “Riscossione Spa”, la società che deve riscuotere le imposte in Sicilia, che gli è stato offerto dal governatore isolano Crocetta. È vero che la limpida opinione, espressa sulle nostre pagine, dal vicepresidente del Csm Vietti – e che tanti servitori della giustizia condividono – va oltre. Non siamo, cioè, alla fissazione del principio per cui chi sceglie la politica (cioè di schierarsi con una parte) deve rinunciare a fare il magistrato (che è, e deve apparire, necessariamente super partes). E non si può certo parlare di un atto – non nuovo peraltro – che in qualche modo separa le carriere di chi esercita il potere politico da quelle di chi amministra la giustizia, ma almeno viene ribadito che la zona intermedia tra questi due poteri non può essere “abitata” da personalità che vogliono tenere un piede in entrambi i mondi. Mutatis mutandis, ho sempre pensato che questa pretesa sia sbagliata anche per chi fa il mio mestiere: o politici o giornalisti. Senza andirivieni. E non si tratta, sia chiaro, di interdire, si tratta semplicemente di far scegliere e di liberamente scegliere.