Opinioni

Un «non voto» che incalza tutti. Giudizio sospeso

Gianfranco Marcelli martedì 28 maggio 2013
Era già nelle previsioni di quasi tutti i commentatori. Ma ora che le urne di questa gelida primavera elettorale hanno dato il loro responso, è pressoché scontato che di effetti immediati sulla stabilità dell’esecutivo non ce ne potranno essere e che il giudizio degli italiani su di esso si può ritenere sospeso. Una sola conseguenza è in qualche modo prevedibile e, anzi, auspicabile da tutti i cittadini che hanno a cuore la cosa pubblica: che cioè la mission del governo Letta vada a buon fine, che i frutti attesi dalla larga coalizione "di servizio" insediata da poche settimane a Palazzo Chigi si producano in misura tale da arrestare e, se possibile, far retrocedere la marea sempre più montante della disaffezione dalla politica.Perché non c’è dubbio che il tasso di astensionismo ha toccato questa volta un livello ben al di sopra di quello di guardia. E non è neppure immaginabile che la fuga degli elettori dai seggi, tanto più in una consultazione che li vedeva chiamati a scegliere i propri governanti più prossimi, lasci indifferenti le istituzioni e chi è stato chiamato da appena tre mesi a rappresentarle. Guai a lasciar correre, ignorando o sottovalutando un <+corsivo>trend<+tondo> che ci vede sempre più in balia di un tornado nichilista dalle conseguenze finali incalcolabili. Guai ad alzare le spalle di fronte a un dato come quello della Capitale d’Italia, dove su poco più di due milioni e 100mila aventi diritt0, oltre un milione di romani ha rinunciato a esprimersi. Basti pensare solo che, rispetto alle politiche di fine febbraio, sono mancati all’appello oltre 600 mila voti capitolini: quasi il 30 per cento di quanti erano chiamati alle urne.Nel resto del Paese, pur con dimensioni meno macroscopiche, l’andamento complessivo appare analogo. Per questo, se anche, come si accennava, Palazzo Chigi ha buone ragioni per ritenersi al riparo da effetti negativi immediati, la sferzata non risparmierà nessun protagonista della vita pubblica, vecchio o nuovo che sia. Perché se la perdita di consensi, in cifra assoluta, sembra aver investito in misura più o meno proporzionale i partiti tradizionali, il dato più eclatante di questa tornata è il crollo verticale del Movimento 5 Stelle. Sono bastati 70 giorni di performance parlamentari altalenanti, tra provocazione e rinuncia, per convincere un’aliquota altissima dei loro sostenitori che i "grillini" non offrono, almeno per ora, una risposta credibile alla voglia di nuovo, e soprattutto di buono e di efficace, che sale dalla Penisola.Si spiegano in buona parte così, del resto, i numeri impressionanti dell’astensionismo. Era intuibile che non potessero incrementarsi i suffragi delle formazioni confluite, dopo la falsa partenza della legislatura, nella maggioranza di necessità e - si spera - di virtù. Troppo acuta era stata la contrapposizione della campagna elettorale ancora così vicina, per non attendersi, ora, un’emorragia di voti. Troppo aspri i toni usati nello spingere i rispettivi sostenitori a schierarsi in armi, per non prevedere che il brusco "cessate il fuoco" e il successivo "trattato di pace" - sia pure condizionato - avrebbe accentuato sconcerto e disaffezione. Ma allora, se anziché gonfiare ulteriormente il bottino portato a casa il 24 e 25 febbraio dai seguaci del comico genovese, il test elettorale di fine maggio lo ha in molti casi più che dimezzato, preferendo di gran lunga il non voto, la conclusione è obbligata: M5S non è la risposta al problema, ma solo una delle spie di un disagio molto più profondo. C’è in realtà una fame disperata di buona politica, di risposte rapide ed incisive che la classe dirigente deve agli italiani e ai loro bisogni sempre più impellenti. Il premier e alcuni suoi ministri lo hanno capito. Altri no. E lo stesso accade sui banchi del Parlamento e dentro vecchi e nuovi partiti. Chi ancora crede di poter andare avanti divagando e cincischiando, si trovi al governo o all’opposizione, firmerà solo la propria condanna politica.