Opinioni

Il rabbino. A Gerusalemme due ebraismi non ecumenici

David Meyer martedì 28 marzo 2023

Una veduta di Gerusalemme. La riforma della giustizia voluta dal premier Netanyahu rischia di alimentare una guerra civile e religiosa in Israele

Secondo la leggenda, fu nel contesto della conversione del re ugonotto Enrico IV al cattolicesimo, quando infuriava il conflitto tra cattolici e protestanti negli anni delle guerre civili e religiose in Francia, che il “buon re”, cercando di placare il popolo, disse: « Parigi val bene una messa». Questo accadeva, a quanto si narra, nel 1593. Sono passati quasi cinque secoli e sotto cieli diversi, a Gerusalemme, a Tel Aviv e in tutto lo Stato di Israele, si profila un’altra guerra civile e religiosa, una lotta spietata tra due campi che, a prima vista, sarebbe imperniata sulla formazione di un governo Netanyahu decisamente fascista e su un tentativo politico senza precedenti di minare definitivamente le basi democratiche di Israele.

Mi chiedo se non sarebbe il caso di utilizzare proprio una tipologia di lettura molto cristiana, evocando il doloroso passato delle lotte tra cattolici e protestanti, non solo per comprendere e qualificare la vera natura di ciò che oggi mette gli Israeliani gli uni contro gli altri, ma anche per trovare una via d’uscita a questa lotta fratricida che sta scuotendo la tenuta di Israele. La proposta di una lettura tipologica cristiana che dia senso all’attuale conflitto tra due opposte fazioni israeliane è audace e non priva di rischi. Eppure, già nel 1952, uno dei grandi pensatori sionisti dello Stato allora appena stabilito, il professor Ernst Simon, aveva suggerito un approccio molto simile. In un breve opuscolo intitolato Siamo ancora ebrei?, attingendo al lavoro dello storico olandese Johan Huizinga, egli contrapponeva l’«ebraismo cattolico», modellato su una concezione del ruolo della religione come legislatrice e finalizzata a santificare tutti gli aspetti della vita dell’individuo, sia personali che politici, all’«ebraismo protestante », che, per reazione, era radicalmente più culturale, più incentrato sul ruolo e sull’autonomia dell’individuo, sulla realtà di un rapporto molto personale con Dio.

Per Simon, la crisi dell’ebraismo nel nascente Stato di Israele doveva essere intesa come il risultato del «crollo del vecchio ebraismo “cattolico”, dell’indebolimento del nuovo ebraismo “protestante” e del vano tentativo di raggiungere una nuova realtà spirituale attribuendo uno scopo messianico alla creazione dello Stato di Israele nel nostro tempo». Simon ha concluso che mentre l’ebraismo è oggettivamente una religione “cattolica”, poiché la legge ebraica, nella sua struttura ed essenza, prevede il controllo e la santificazione di tutte le sfere della vita, l’emergere dello Stato ha permesso di vedere questa realtà solo attraverso il prisma soggettivo di un “ebraismo protestante” emerso con la modernità e portato avanti dai fondatori dello Stato e da molti dei suoi primi cittadini.

Le scorciatoie storiche e le tentazioni di parallelismo non sono prive di rischi. Tuttavia, questa griglia di lettura, che ha più di settant’anni, non rimane una questione attuale? Da un lato, l’Israele di Gerusalemme e quello di una parte importante del mondo ebraico religioso israeliano potrebbero essere pensati come gli attuali testimoni di un mondo ebraico “cattolico”, che cerca di vivere la propria fede nel quadro olistico di una tradizione religiosa che inquadra non solo la vita quotidiana dell’individuo, ma l’intera vita sociale e politica. Dall’altra parte, l’Israele di Tel Aviv e il secolarismo ebraico, impregnato di cultura ebraica e del sapore della tradizione ancestrale, ma allo stesso tempo emancipato da essa, profondamente legato ai fondamenti dell’eredità ebraica “protestante”, che pone l’autonomia dell’individuo al centro del suo sistema di riferimento.

Confutando una lettura indubbiamente troppo semplicistica tra un Israele suprematista e fascista da un lato e un Israele tollerante, aperto e pacifico dall’altro, la tipologia proposta, più sottile e più radicata nelle evoluzioni psicologiche, sociali e teologiche che, come placche tettoniche, scuotono il mondo ebraico da diversi secoli, potrebbe aprire una porta non ancora esplorata nell’attuale crisi che Israele sta attraversando.

Certamente, l’evocazione delle lotte tra cattolici e protestanti non poteva essere di buon auspicio. La storia europea lo testimonia e il rischio, per Israele e per il mondo ebraico, è molto concreto. Ma paradossalmente, questa lettura tipologica cristiana della realtà israeliana contemporanea apre un altro orizzonte. Come professore di letteratura rabbinica alla Pontificia Università Gregoriana di Roma da molti anni, e come docente nel cuore del sistema cattolico, ho spesso constatato la forza e la saggezza del lavoro ecumenico di incontro tra i diversi mondi cristiani. Dal Concilio Vaticano II (1962-1965), sono stati compiuti notevoli progressi nell’avvicinare cattolici e protestanti. Questi progressi dimostrano che c’è un crinale che può essere utilizzato per dare forma a una visione dell’unità all’interno dello stesso sfondo religioso che confuta l’inesorabilità delle lotte fratricide.

Così, di fronte alla minaccia di disgregazione di Israele, tra due campi così contrapposti, probabilmente non sarebbe vano lanciare alla Chiesa questo grido di un cuore profondamente angosciato, che l’amicizia tra ebraismo e cristianesimo permette oggi, forse per la prima volta nella storia, di formulare: « Aiutaci, perché la tua saggezza ecumenica può essere oggi preziosa e necessaria per noi».

Rabbino, Pontificia Università Gregoriana

@ LA LIBRE BELGIQUE-AVVENIRE