Opinioni

Il disegno delle nomine di Francesco. Geografia missionaria

Stefania Falasca martedì 6 gennaio 2015
Coerenza con il magistero, attenzione alle Chiese locali sottoconsiderate e sottorappresentate, libertà. Sono forse queste le note caratterizzanti delle nuove nomine cardinalizie di papa Francesco.È stato subito notato come la maggior parte dei nuovi porporati siano del sud del mondo: dall’Africa alle Isole Tonga. E tre dei quattordici Paesi rappresentati – Capo Verde, Myanmar e Tonga – avranno un cardinale per la prima volta nella storia. Un buon numero sono pastori di piccole comunità ecclesiali, in situazioni di minoranza o in regioni travagliate dalla violenza. Altri sono presidenti di Conferenze episcopali.È un avvenimento ecclesiale che ricalca una "geografia missionaria". Il disegno di una geografia particolarmente curata che quello è proprio di una Chiesa «in uscita». E in questo le nomine non costituiscono una sorpresa imprevista. Riflettono coerentemente la via indicata da un magistero papale attento e concretamente rispettoso delle realtà ecclesiali locali per una effettiva universalità della Chiesa. Le nuove sedi, che non hanno avuto precedenti, diventano così sedi privilegiate per l’aggiornamento della Chiesa. E al tempo stesso danno forza a quelle comunità ecclesiali. In un mutuo confronto che può favorire e sviluppare una collegialità reale e favorire la crescita e l’edificazione della comunione ecclesiale.Francesco, dunque, si è dimostrato coerente con quanto predica. A cominciare dall’attenzione alla singola persona e dall’ascolto rispettoso e partecipe: non è irrilevante che tra questi nuovi porporati cinque abbiano partecipato all’ultimo Sinodo. E ha mostrato ancora coerenza con la libertà. La libertà che gli è propria in quanto Papa, e quindi per tradizione ordinata al «suo insindacabile giudizio», con scelte che prendono con chiarezza distanza da piani prestabiliti, dalle dinamiche e dai sistemi di vecchie cordate vere o presunte. E in ogni caso da automatismi, così come era stato evidenziato già nel precedente concistoro. In sostanza, una libertà che mette al servizio della netta volontà di non alimentare uno dei "mali clericali" più volte deprecati: l’ambizione carrieristica. Quel male che, facendo torto anche a figure di pastori buoni e generosi, aveva ridotto le sedi di cosiddetta tradizione cardinalizia in Italia e nel mondo a luoghi deputati all’espressione di tali ambizioni. Una libertà dunque che è sempre perfettamente congruente al suo insegnamento. E che non significa penalizzazione delle diocesi e dei vescovi del nostro Paese: nel quadro delle nomine, infatti, ben tre nuovi cardinali sono italiani. Al contrario, esprime l’intento di allargare la prospettiva collegiale attraverso una più ampia rappresentatività, con l’inclusione delle voci e dell’esperienza di quelle realtà di Chiese locali italiane oggi meno considerate, giudicate minori, segnate in profondità da contesti difficili.Un intento in linea con le altre nomine e nel quadro di una visione ecclesiale a favore di una "cultura inclusiva", la stessa già manifestata nei "viaggi della prossimità" che in questi mesi Francesco ha compiuto nella Penisola (si pensi, per esempio, al viaggio a Lampedusa, a cui è legato l’arcivescovo di Agrigento). Viaggi che hanno prospettato a tutti chiaramente una prioritaria attenzione verso le nostre terre di frontiera e verso gli ultimi. Infine la discrezione. Non si può non sottolineare il carattere di riserbo mantenuto fino all’ultimo sulle nomine e nel quale è andata maturando la scelta dei candidati, tanto da cogliere di sorpresa gli stessi interessati. Nomine apprese solo all’annuncio. È una novità che si consolida, salutare per tutti. Un segno di libertà anche questo, che demitizza e smaschera le vecchie chiacchiere preconcistoriali, una forma di "schiavitù" divenuta abitudine non solo tra i curiali.