Opinioni

L'integrazione degli stranieri avanza, nonostante norme penalizzanti. Fratelli d’Italia nello sport non solo quando fa comodo

Massimiliano Castellani domenica 29 maggio 2011
Quando nel 1950, lo svizzero Hugo Koblet fu il primo ciclista straniero a vincere il Giro d’Italia, in molti storsero il naso per il “fallimento” dell’auspicata alleanza nazionale che avrebbe dovuto far trionfare il nostro Gino Bartali. Un indignato e giovane direttore della rosea Gazzetta, Gianni Brera, allora scrisse in merito: «Non esistono stranieri nello sport». Sessant’anni dopo, il concetto breriano, peraltro assai affine con quello che da sempre è il vero spirito olimpico, viene messo continuamente in discussione. Spesso nel nostro sport si punta il dito contro lo stranierificio dilagante o l’aumento incontrollato dei figli degli extracomunitari che verrebbero a togliere spazio – ergo, soldi, fama e visibilità – a quelli che fanno parte, per nascita e origine controllata, del prodotto interno del vivaio italico. Il giovane atleta “straniero”, dunque, prima che possa esercitare liberamente il suo diritto al gioco e al divertimento, viene sottoposto a un controllo “organolettico” per stabilire la purezza della sua italianità. Ma che “razza” di gioco è questo?Il calcio si è adeguato a tutta una serie di leggi della Fifa per evitare la tratta dei minori, vittime sacrificali dei procuratori senza scrupoli. Il risultato però è stata una serie di restrizioni e di cavilli burocratici che talora sbarrano il cammino a ragazzi, sì figli di stranieri, ma magari nati nel nostro Paese o arrivati entro il compimento del 10° anno di età. Una soglia temporale questa, non a rischio di tratta. Eppure nel piccolo mondo antico del pallone, tanti minori extracomunitari, figli di “rifugiati” o rifugiati loro stessi, pur avendone diritto, si sono trovati senza il cartellino di tesseramento, costretti ad appellarsi al tribunale, invocando il reato di discriminazione. Qualcuno ha vinto la battaglia, qualcuno no e spera ancora di ottenere il legittimo cartellino da tesserato. Documento indispensabile per scendere in campo con i compagni di squadra, i quali a loro volta si trovano nella situazione paradossale di dover rinunciare alla partita o al campionato per l’assenza dei loro “amici-stranieri” che non è stato possibile tesserare. Non basta ancora che dei 9mila tesserati di origine “straniera”, in età tra i 5-12 anni, quasi 6mila, siano nati in Italia. Eppure la dicitura «vivaio­giovanile » non comprende solo i giovani calciatori italiani figli di italiani, ma tutti i ragazzi, stranieri, comunitari ed extracomunitari. Nella Repubblica dei mille decreti e altrettanti inganni, poi si scopre che in materia ogni federazione sportiva fa legge a sé. Nel basket un ragazzino “straniero” senza passaporto italiano non si deve neppure avvicinare al canestro nelle gare ufficiali, mentre nel nuoto è consentito al non-italiano di passaporto di allenarsi, ma non di svolgere una normale attività agonistica. La pallavolo invece permette di partecipare ai campionati, ma a patto che il giovane non sia stato già tesserato nel suo Paese d’origine. Mentre il calcio professionistico si interroga se portare a due il numero degli extracomunitari, poi si scopre che la Nazionale Under 15 di cricket quando ha vinto gli Europei nel 2009 era interamente composta da “stranieri”. Giocatori nati od originari di India, Pakistan e Sri Lanka, ma che non beneficiano della nostra cittadinanza – come il loro unico compagno di squadra italiano – e vengono convocati solo in virtù della residenza. La liberalissima atletica ha capito da un pezzo che la multiculturalità nello sport significa far correre tutti insieme appassionatamente, così che gli azzurri del cross sono per la maggior parte figli di marocchini, ma sul podio cantano orgogliosi l’inno di Mameli. Storie di fratelli d’Italia che non fanno notizia.Purtroppo fa molto più discutere l’attaccante della Nazionale Mario Balotelli quando risponde a una Curva che gli intona il vergognoso «non esiste un nero italiano» o l’azzurra del basket Abiola Wabara (genitori nigeriani, ma italiana, è nata a Parma) oltraggiata in un palazzetto, sempre per il colore della pelle. Il razzismo è una piaga aperta anche nello sport, ma è una ferita altrettanto dolorosa il divieto per legge che nega il diritto a gareggiare ai nostri fratelli italiani, solo per le loro radici “straniere”.