Opinioni

Il dono di un gelato, una lezione preziosa. Francesco e il bene delle piccole cose

Mauro Leonardi martedì 24 aprile 2018

Ieri, festa di san Giorgio, il Papa, per il suo onomastico, ha regalato tremila gelati ai poveri di Roma (e dintorni). Chi criticherà Francesco anche per questo piccolo gesto – pochi, ma certamente non mancheranno – dimentica che se non puoi fare le cose grandi devi fare quelle piccole. Se non hai strumenti per costruire “corridoi umanitari” (perché ti è dato solo di pregare, di far incontrare i potenti, di sostenere quanti hanno il coraggio di incominciarli), puoi però venire incontro alla domanda che tutti abbiamo pronunciato quando eravamo bambini: “Papà, me lo compri il gelato?”, con gli occhi che brillano davanti ai colori, ai gusti e alle mosse magiche del gelataio. Che in quel momento diventa, inesorabilmente, l’uomo più buono del mondo. E, se il papà il gelato ce lo regala “perché oggi è il mio onomastico”, si imprime dentro di noi, nel nostro cuore, che il nostro onomastico è qualcosa d’importante.

Non è secondario che la nostra vita c’entri con quella di un santo. Il compleanno ci ricorda che apparteniamo al tempo, l’onomastico che siamo legati a un santo; ci ricorda che il nostro sangue cristiano è lo stesso che scorre nelle vene dei santi, e di uno in particolare: quello di cui portiamo il nome da quando siamo stati battezzati. Per il Papa è Jorge, Giorgio, per me è Mauro, ed è il nome di chi legge per chi legge (e se non ha il nome di un santo lo invito a scegliersene uno, adesso, come amico).

Sono sprecati qualche migliaio di euro di elemosina papale in gelati? Si potevano spendere meglio? Io credo di no. Forse perché sono allergico ai discorsi di chi vorrebbe affittare San Pietro ai migranti o trasformare la piazza antistante in un campo per Rom “visto che il Papa è tanto favorevole ai migranti faccia qualcosa pure lui e invece in Vaticano non si fa nulla per i profughi e si chiacchiera solo”. In primo luogo, so che non è vero che non si fa nulla ma, soprattutto, credo che il compito più importante di ciascuno di noi non sia di cambiare il mondo, ma di cambiare noi stessi.

Lamentarsi di quello che gli altri non fanno, soprattutto se si tratta di criticare le persone famose, ha il grande vantaggio di mettere a tacere per un attimo la nostra cattiva coscienza. Quella che noi azzittiamo raccontandole che un gelato dato a un bambino non risolve né il problema della sua fame né quello della sua integrazione né quello delle tensioni Nord-Sud del mondo. Ma ha lo svantaggio, appunto, di non renderci migliori: perché, non dimentichiamocelo, l’unico modo per essere più buoni è fare delle azioni buone, anche piccole.