Opinioni

Le pensioni francesi. Forse è l'ora di interrompere la moltiplicazione dei diritti

Giampaolo Rossi giovedì 27 aprile 2023

I lavoratori della Sncf, la compagnia ferroviaria francese, in sciopero contro la riforma delle pensioni

La recente vicenda francese, che ha visto un popolo insorgere contro l’aumento di due anni dell’età pensionabile, pone una serie di delicati problemi di carattere generale. Si tratta, come è noto, di un aumento da 62 a 64 anni, che lascia l’età pensionabile in Francia al di sotto della media europea (64,4 anni) e ancor più sotto il livello stabilito, ad esempio, in Italia (67) (si fa qui riferimento all’età pensionabile degli uomini; quella delle donne è in genere inferiore di due anni). L’aumento si è registrato negli ultimi decenni in tutti i paesi, che hanno dovuto prendere atto dell’incremento generalizzato delle aspettative di vita. Si è trattato quindi di misure inevitabili.

Un primo problema che emerge è quello della difficoltà che incontrano i sistemi democratici nel prendere provvedimenti necessari nel lungo periodo ma contrari all’interesse immediato della popolazione. È questa la ragione per cui riescono più facilmente ad adottarli le sedi più remote, come il Parlamento e la Commissione Europea o lo Stato rispetto agli enti locali, e come lo Stato ricorra frequentemente a Governi tecnici dietro i quali i partiti possono nascondere la responsabilità delle decisioni. Il problema è di ampio respiro e ci si limita qui a riprendere quanto osservato da de Tocqueville, che il sistema maggioritario ha tali limiti che può essere valutato positivamente solo confrontandolo al suo opposto: il principio minoritario.

Ci si sofferma ora, però, su un altro grande problema che emerge, che conduce a porsi la domanda seguente: fino a che punto i bisogni avvertiti dai singoli e dalle popolazioni come diritti meritino questo riconoscimento, e quando la difesa dei diritti si traduca invece nella pretesa di mantenere o acquisire privilegi inaccettabili. Come si vede, nel porre queste domande si sono usati tre termini che appaiono simili fra loro mentre in realtà sono molto diversi: “bisogni”, “diritti” e “privilegi”. I tre termini hanno in comune un rapporto fra un soggetto e un bene, ma il loro contenuto è profondamente diverso. La confusione che si è determinata fra i tre termini è indice di una grave crisi del tessuto sociale e del suo rapporto con le istituzioni. È quindi opportuno cercare di fare chiarezza.

I “bisogni” indicano una dimensione soggettiva che non comporta necessariamente un diritto (come, ad esempio, il bisogno di amore). Altri bisogni invece sono rivolti ad ottenere il soddisfacimento da altre persone o da collettività e diventano “diritti” quando ad essi corrisponde un obbligo da parte di altri. I diritti hanno quindi carattere necessariamente relazionale. L’obbligo può nascere da un contratto liberamente stipulato tra le parti e avere il carattere di una controprestazione che resta nell’ambito dei rapporti privatistici, oppure si innesta in un rapporto pubblicistico assumendo che la collettività sia tenuta a soddisfarlo facendosi carico del costo che comporta. Il diritto diventa “privilegio” quando la collettività non può (o non può più) sopportarne il costo o quando è sproporzionato nel contesto dato, anche in termini di uguaglianza con altri soggetti.

Lo scorso secolo è stato “il secolo dei diritti”. In una parte ristretta del mondo, l’evoluzione economica, sociale e politica ha determinato la possibilità di soddisfare una grande quantità di bisogni, trasformandoli in diritti. Le Costituzioni sono state scritte in primo luogo come carte dei diritti e contengono solo alcuni riferimenti ai doveri. I diritti che attengono alla persona sono stati definiti come “fondamentali”. La stessa impostazione è stata adottata e rafforzata da varie convenzioni internazionali. Va detto subito che si è trattato di una grande conquista per l’umanità che ha cambiato non solo le funzioni e le dimensioni dei pubblici poteri ma la loro stessa natura: l’essere posti al servizio del cittadino, e anzi, per i diritti fondamentali, dell’essere umano, ha cessato di essere una enunciazione poco più che romantica e si è concretizzato.

A partire dagli ultimi decenni del secolo si è incominciato a determinare un fenomeno patologico: la rivoluzione culturale ha fallito nei suoi obiettivi ideali e ha lasciato solo l’eredità di un forte rivendicazionismo che si è applicato a ogni tipo di bisogno. I diritti si sono moltiplicati. La competizione politica si è trasformata e si è basata sul criterio del “maggior offerente”. L’affermazione di un diritto viene effettuata senza tenere in alcun conto che sono necessarie risorse per soddisfarlo. Nel prospettare spese ulteriori per soddisfare i diritti i partiti scontano il fatto che l’opinione pubblica non ha ben presente la circostanza che lo Stato non ha risorse proprie e quindi non può dispensarle senza prenderle alla popolazione. Le Corti giudiziarie di vario livello hanno trasformato un gran numero di bisogni in diritti con diverse modalità, come la configurazione in termini prescrittivi di norme programmatiche (così ad esempio il diritto alla salute da indirizzo per il legislatore è diventato diritto soggettivo) o l’applicazione solo in senso accrescitivo del principio di uguaglianza (se un vantaggio è stato dato a qualcuno viene esteso con decisione del giudice a tutti coloro che si trovano in situazione analoga; così ad esempio l’aumento retributivo ai magistrati è stato esteso ai professori universitari).

Il risultato è che la differenza fra bisogni e diritti si è attenuata fino quasi a scomparire e che i diritti vengono rivendicati anche quando sono o sono diventati sproporzionati nel contesto dato (come la pensione a 62 anni) e si sono quindi trasformati in privilegi. Il senso di malcontento così diffuso nelle popolazioni non deriva dalla scarsità delle risposte alle esigenze di soddisfazione ma dal fatto che queste restano comunque al di sotto delle aspettative crescenti.

Un’ultima osservazione lascia davvero perplessi: il popolo francese, al quale l’umanità deve l’affermazione dei principi di libertà, uguaglianza e fraternità che sono stati acquisiti con la sua rivoluzione, è ora in rivolta per difendere il suo privilegio di andare in pensione a 62 anni! C’è allora da pensare che sia necessaria davvero una nuova rivoluzione che interrompa la spirale della moltiplicazione dei diritti, faccia riemergere, come auspicava con forza Aldo Moro, l’importanza fondamentale dei doveri, modifichi i cardini di una economia fondata sull’aumento dei consumi e ponga le basi per una vita più sobria e più serena.