Opinioni

Dalla Germania una lezione per l'Europa. Export e stranieri, crisi del modello tedesco

di Massimo Calvi mercoledì 21 ottobre 2015
Non è un bel momento per la Germania. Dallo scandalo dei motori truccati alla Volkswagen, i tedeschi hanno incassato un filotto impressionante di notizie negative, tanto che oggi si incomincia a parlare di fine di un modello, di inversione di tendenza di un ciclo positivo che durava da almeno un decennio. Nel mese di ottobre Berlino ha dovuto fare i conti con il calo degli ordini dell’industria (-1,8%), la caduta della produzione industriale (-1,2%), il crollo delle esportazioni (-5,2%), tutti dati riferiti ad agosto. Anche considerando i fattori stagionali, il rallentamento dell’attività, dovuto in larga parte alla frenata dell’economia cinese, è stato più forte del previsto. Non solo: a ottobre è precipitato anche l’indice che misura la fiducia degli investitori, mentre il governo ha rivisto al ribasso la previsione del Pil per il 2015, dall’1,8 all’1,7%. UN MODELLO CHE VACILLA Può dirsi preoccupato un Paese la cui espansione del prodotto viaggia a un ritmo che per altri vorrebbe dire la fine di ogni problema e con una disoccupazione al 4,5%, ai minimi dalla riunificazione? Il punto è che ad essere in crisi sono i principali punti di forza del sistema tedesco: la struttura del modello di sviluppo, la pretesa superiorità morale, la dinamica della popolazione. Capire le difficoltà della locomotiva europea può aiutare a comprendere la natura di molti problemi comuni. Il caso Volkswagen, inteso come fallimento di uno stile di gestione e di approccio al mercato, ha compromesso l’immagine di un’intera classe dirigente. E la perdita di 6,2 miliardi di euro annunciata nei giorni scorsi da Deutsche Bank nel terzo trimestre è in fondo un’altra faccia dello stesso problema: il 'rosso' è stato motivato con le necessità di pulizia nei conti di una banca che, come il gruppo automobilistico di Wolfsburg, appartiene alla cerchia dei 'campioni nazionali', sostenuti e protetti, ma che si è dimostrata essere anche 'campione' di speculazioni, di derivati e titoli tossici, di leva finanziaria, di scandali, come nel caso della manipolazione truffaldina del tasso di interesse Libor. IL DECLINO MORALE IIl dato etico, per il Paese che a colpi di austerity e di lotta all’'azzardo morale' ha voluto impartire lezioni di rigore a tutta Europa, non è questione da poco. Le attuali difficoltà tedesche mettono in discussione un modello economico e di sviluppo che non è riproponibile in eterno. Le riforme nella direzione della flessibilità e della riduzione del costo del lavoro di questa stagione hanno reso l’industria tedesca più competitiva, ma hanno minato il potere d’acquisto dei suoi lavoratori. Non è un caso se Berlino ha registrato per lungo tempo consumi nazionali prossimi allo zero ed esportazioni a livelli record. Lo scorso anno il surplus della bilancia commerciale, cioè il rapporto tra esportazioni ed importazioni, ha sfiorato i 220 miliardi di euro, e per l’ottavo anno consecutivo ha sfondato il tetto del 6% sul Pil previsto dagli accordi europei. Buon per la Germania, se non fosse che la forza delle esportazioni tedesche l’abbiamo sostenuta (e pagata) tutti, con l’euro. Nessun Paese avrebbe potuto mantenere simili livelli di export in un regime di cambi flessibili: prima o poi la sua moneta si sarebbe rafforzata a tal punto da farlo rientrare dallo squilibrio e dal vantaggio rispetto ai suoi concorrenti. L’INVERNO DEMOGRAFICOOggi molti nodi sembrano essere venuti al pettine: i campioni nazionali vacillano, la fiducia nella forza morale è scalfita, la frenata della Cina e dei Paesi emergenti sta trasformando il modello tutto-export in un fattore di fragilità, le riforme interne e il proliferare dei mini-jobs a bassi salari si stanno rivelando un problema: una ripresa dei consumi interni c’è stata, eppure l’ultima revisione del Pil ha indicato che a frenare sono state le spese delle famiglie. Quello che più preoccupa, tuttavia, in una prospettiva di medio termine, è la struttura demografica del Paese. In Germania nascono solo 8,2 bambini ogni mille abitanti, il dato più basso al mondo, un quinto della popolazione ha più di 65 anni e solo il 14% meno di 15. Nessuna nazione può mantenere a lungo una leadership con una tale dinamica della popolazione. All’ultimo forum di Davos la cancelliera Angela Merkel ha spiegato che nei prossimi 15 anni il Paese perderà 6 milioni di lavoratori, rendendo sempre meno sostenibile il suo sistema di welfare. L’inverno demografico ha un costo elevato: uno studio della Banca di Spagna (Demographic structure and macroeconomic trends) ha calcolato che nel decennio 2010-2019 la Germania perderà quasi un punto di Pil all’anno in media a causa dei figli che non nascono. La denatalità tedesca, peraltro, sembra un paradosso: con 195 miliardi stanziati ogni anno la Germania è tra i Paesi più generosi in termini di spesa per la famiglia e la natalità, eppure le donne hanno in media 1,36 figli a testa, le famiglie con bambini sono meno di una ogni tre e il 43% dei nuclei è composto da single. LA RISORSA IMMIGRAZIONE  Perché i tedeschi non fanno figli? Una delle spiegazioni è che i soldi contano fino a un certo punto nella decisione di generare, e la Germania del benessere conquistato, diffuso e acquisito non appare più di tanto disposta a farsi carico di questo tipo di 'sacrificio'. Una sorta di ammorbidimento nel carattere morale non molto diverso dagli altri tratti declinanti. La questione è seria. La Germania, ha sentenziato qualche tempo fa l’Istituto per l’economia internazionale di Amburgo, non sarà in grado di gestire la bomba demografica se non importando nuova immigrazione. Ed è proprio in questa opzione che si può trovare una delle strade più convincenti contro il rischio declino. In questi anni la crescita della Germania, oltre che sulla robustezza delle esportazioni, si è basata sulla capacità di attrarre popolazione, in particolare giovane e altamente qualificata. Il modello di sviluppo tedesco, in buona sostanza, si è fondato sui consumi degli altri e sui figli degli altri. Funzionale, ma in fondo fragile. Lo scorso anno la popolazione tedesca è aumentata di 500.000 unità solo grazie al milione e mezzo di immigrati entrati nel Paese (il 20% in più rispetto al 2013). E l’80% dei richiedenti asilo nei primi sei mesi di quest’anno aveva meno di 35 anni. Quanto potrà durare? Per quanto ancora la Germania riuscirà a presentarsi come una meta ambita e accogliente, arginando l’ostilità crescente verso gli stranieri? TENSIONI E SPERANZE   Attrarre persone e lavoratori è una vocazione antica per il Paese: è quello che Berlino ha fatto negli anni 50 con italiani, spagnoli, greci e turchi, negli anni 90 con i 'fratelli' dell’Est, durante la crisi del debito con gli europei più preparati. Ed è ciò che sta continuando a fare nella crisi di oggi, seppur con modalità diverse. In una fase in cui l’Europa è diventata terra di speranza e di approdo per milioni di profughi, la svolta nella direzione dell’accoglienza indicata da Angela Merkel ha le caratteristiche della risposta capace di unire alla componente emotiva quella di una visione solidale e perfettamente razionale allo stesso tempo. Difficile dire ora se pagherà o peserà politicamente. Ma nell’inverno demografico che sta congelando l’Europa, la Germania ha individuato una strada contro il declino e per continuare a proporsi come guida e modello. Il problema è convincere l’opinione pubblica. Non solo in Germania.