Opinioni

Ambiente e confronto con la realtà. Bocciare alle superiori? «This is not the question»

José Clavería sabato 29 giugno 2019

(Ansa)

Caro direttore,

mi capita di frequente di essere coinvolto in discussioni sull’opportunità o meno di bocciare gli studenti alle superiori. Si affrontano due scuole di pensiero inconciliabili: una sostiene che bisogna traghettare il ragazzo pressoché a tutti i costi: no child left behind, nessun ragazzo deve essere lasciato indietro, soprattutto per non abbatterlo con un giudizio negativo che in giovane età inciderebbe fortemente sulla crescita della sua autostima. O magari per evitare situazioni quanto meno non armoniche, pro bono pacis. L’altra punta di più su una presunta oggettività dei numeri, sulla giustizia e sui processi di orientamento e di selezione necessari a una formazione seria e responsabile. E ci si appella alle statistiche per difendere le diverse posizioni sulle conseguenze economiche, sociali, di successo formativo o meno delle bocciature.

Per il docente la vera questione non è se ma perché e come bocciare o non bocciare. Non si tratta cioè di avere un’idea astratta sull’opportunità della bocciatura ma di aiutare lo studente a leggere la sua situazione, a capire i veri motivi del suo insuccesso scolastico. In realtà tutte e due le scuole di pensiero sulla bocciatura – sia quella pro che quella contro – dovrebbero fare di più i conti con la questione vera, che dovrebbe essere dirimente: il bene del ragazzo. L’educatore ha come missione introdurre il ragazzo alla realtà, fargli vedere come stanno le cose, senza giudicare la sua persona, anzi, stimandola incondizionatamente. Ma è tenuto a giudicare – e decisamente! – la situazione in cui lo studente si trova.

Non ci nascondiamo dietro a un dito. In questi tempi truccare la realtà, proteggere, creare una bolla dove sembra che tutto vada bene è più tollerato e apprezzato che non il rigorismo o il possibile conflitto. Ma certe cose vanno dette comunque a uno che ha dei debiti: 'Tu hai bisogno di aiuto'. Occorre poi specificare il tipo di aiuto di cui il ragazzo ha bisogno. Può trattarsi del metodo di studio, oppure della mancanza di ragioni e/o di energia affettiva per sedersi a lavorare, o ancora della solitudine o delle difficoltà cognitive. A seconda del problema si devono indicare i possibili tipi di intervento. In questo contesto, avendo presenti il grado di deficit, un possibile bisogno di riorientamento, la volontà reale del ragazzo di farsi aiutare, le difficoltà oggettive per affrontare l’anno successivo, e così via, occorre rischiare una decisione che pensi al bene del ragazzo. This is the question. Questo è il punto.

Una buona scuola, statale o paritaria che sia, è già di per sé un ambiente accogliente, che sprona e traghetta chi vive stati d’animo e fatiche alterne, debolezze proprie dell’età o di altra natura. Un ambiente con un certo numero di compagni tirati su bene in famiglia e con docenti competenti nella didattica e con dedizione educativa rappresenta un grande bene. E aiuta. In questo contesto una mossa positiva dello studente – non importa quanto eclatante – va valorizzata senza troppi calcoli.

Tutti lodevoli i tentativi dell’insegnante, sempre che aiuti il ragazzo ma non lo sostituisca: quando si ammortizzano i colpi si crea una bolla iperprotettiva che non educa, non introduce alla vita reale così come essa è. Quando i problemi sono gravi, e soprattutto quando il ragazzo non si lascia aiutare per una posizione di evidente e persistente incuria, se non addirittura di insofferenza di fronte alla proposta educativa e didattica che il docente e la comunità educativa gli suggeriscono, non è lecito sostituirsi alla libertà del ragazzo, anzi mentirgli, dicendo che le cose vanno bene mentre in realtà vanno male. La prima misericordia è prendere atto della situazione anche esercitando una valutazione sincera. Chi siamo noi adulti per non rispettare ciò che fa un ragazzo, anche se mediocre o scarso? Rischiamo di piegare la sua libertà a ciò che noi vorremmo avere come ritorno, sia per un pregiudizio, sia per una mai conclamata vendetta, sia per una – a volte spudorata – forzatura. Ciò che deve avvenire per prima cosa in chi giudica l’andamento di un anno scolastico è una valutazione positiva e decisa di ogni singolo studente, una scoperta del bene che lui è per noi, prima di ogni sua azione.

Ogni ragazzo è unico e capisce benissimo se è guardato dagli insegnanti come persona o come un nome sul registro. La valutazione morale della persona non riguarda il docente. All’educatore tocca scoprire il valore in sé della sua esistenza.Solo così, in un alveo deciso e certo di interesse e stima per la sua persona e il suo percorso umano, si può avere la libertà di valutare la situazione scolastica. Noi educatori a volte temiamo di farlo perché noi per primi, in fondo, pensiamo che uno vale per quanto riesce a combinare nello studio. È possibile dare un 10 con gusto, ma in maniera pacata, senza far coincidere il valore dello studente come persona con quel voto. Anche un 3 va dato convinti che possa essere una risorsa e che il ragazzo sia in grado di coglierlo. Se gli adulti su questo non hanno chiarezza ed entusiasmo certamente non saranno di aiuto per vivere bene quel 10 o quel 3.

Quando le ragioni di una bocciatura sono adeguate ci si può trovare con un genitore arrabbiato (spesso con tutti: scuola, figlio, sé stesso) o con un genitore sereno e grato. Male su male, o male come occasione di bene. Talvolta i ragazzi subiscono l’atteggiamento dei loro genitori, e attualmente è la debolezza di giudizio degli adulti che rende fragili i ragazzi.

Ho visto un uomo maturo, contento, con una vita compiuta, dire a un quattordicenne bocciato: «Io da ragazzo sono stato bocciato due volte». Gli occhi abbassati di quel ragazzo si sono di colpo illuminati. Con quelle parole non negava un fallimento scolastico ma ne faceva occasione di bene. Altro che un anno perso! Valutare la valutazione, coglierne il motivo, e trarre una lezione per la vita. This is the question. Questo è il punto.

Rettore della Fondazione Sacro Cuore, Milano