Opinioni

Città dopo la crisi. Il pericolo è la mancanza di visione

Franco La Cecla martedì 12 maggio 2020

I politici lo ricordino Spesso nel corso della storia delle città europee grandi cambiamenti sono stati introdotti e imposti da corporazioni di medici e igienisti in accordo con ingegneri e architetti. La città gotica era vista da costoro come un pericolo: le classi popolari vivevano concentrate e poco controllabili ed era impossibile imporre un regime che consentisse allo Stato e alle municipalità di educarle a nuovi compiti, a un nuovo regime del lavoro nelle fabbriche. Il risultato sono le città europee che abbiamo, dove a un tessuto storico che esaltava l’informalità e la convivenza si è sovrapposta una griglia che ha “sfondato” e sfrondato lo stesso tessuto. Guidata dalla griglia delle fognature, che dopo una battaglia durata decenni ha visto vincere la soluzione delle fogne “ad acqua” che hanno portato allo scoppio del colera e all’inquinamento delle falde freatiche – prima di allora escrementi urbani venivano acquistati e rivenduti ai contadini con notevole guadagno.

Non tutte le soluzioni proposte dal piano riformatore di medici e ingegneri sono state felici e hanno condotto in breve tempo a quell’impero della circolazione, carrozze e poi automobili, sulla vita dei cittadini. Ricordare questa storia serve a non ripetere certi errori. I medici venuti con Garibaldi a Palermo biasimavano la presenza delle migliaia di cortili, pericolosi, perché «quando uno si ammala tutti lo vanno a consolare e perché i bambini che ne sfrecciano fuori vengono travolti dalle carrozze». E la conseguenza fu la demolizione di 3.500 cortili. La questione si riduce a un discorso piuttosto semplice: la “visione” che medici, ingegneri, e amministratori e politici hanno della città differisce da quella dei suoi abitanti.


E oggi siamo costretti a prenderne di nuovo atto. Se da un lato i medici e gli infermieri sono i nostri veri nuovi eroi, dall’altro affidarsi alla loro visione per riformare le città – ma ahinoi anche gli ospedali – non sembra la cosa migliore. Metà delle morti da Covid–19 in Italia sono avvenute negli ospedali e l’idea che stare chiusi in casa invece che stare all’aperto eviti il contagio può piacere solo ad architetti in cerca di nuovo lavoro. Le città sono state concepite fin dall’origine non in funzione degli spazi chiusi, ma di quelli aperti, soprattutto in Paesi come il nostro, ma anche a Parigi, a Berlino, perfino a Mosca. Oggi il problema che dobbiamo affrontare è di evitare che alcuni esperti che sono bravi nel loro campo si permettano di darci scenari urbani che vengono da un’assenza di visione complessiva e soprattutto da un’assenza di visione umanista. Non mi fido molto di un esperto che ha diretto per anni una delle più grandi compagnie teleinformatiche e che sa poco di come la gente vive non virtualmente – online – ma nella carne e nelle ossa di una città.

Uno dei motivi per cui c’è bisogno di biologia umana e di ecologia e non di visioni cliniche o di ordine pubblico (l’ordine pubblico è sempre andato a braccetto con la corporazione medica) è che le città sono popolazioni e non edifici. Si tratta di un insieme vivente, organico, che ha regole da essere vivente (e non da allevamento di galline o di maiali). Tutto questo lo dico perché mai come adesso c’è bisogno di una visione larga e alcune dichiarazioni dei politici fanno pensare che essi di città si intendono ben poco: le città non sono statistiche, e non sono soprattutto regole esterne per la vita di relazione.

Definire quali sono i rapporti ammissibili e quelli meno, anche si tratta di transizione, non sta a un politico se non vuole apparire ridicolo o poliziesco. Le relazioni che la gente tesse in una città vanno ben al di là delle reti parentali e la democrazia significa vivere tra potenziali amici scavalcando i legami puri di parentela. Lo sapeva Pericle, non devono dimenticarlo i nostri politici e amministratori.