Opinioni

Immigrazione, lavoro, servizi essenziali. Evitare crisi all'inglese

Maurizio Ambrosini sabato 2 ottobre 2021

La crisi degli approvvigionamenti nel Regno Unito, a causa della carenza di autotrasportatori, può forse generare qualche maligno sorriso alle spalle dei fautori della Brexit, ma in realtà apre lo sguardo a considerazioni più profonde sul rapporto tra mercato del lavoro interno e politiche migratorie.

Nel caso britannico, la crisi non riguarda solo il settore dei trasporti su gomma: dall’industria del pollame al ben più ampio settore delle pulizie, i datori di lavoro lamentano la mancanza di manodopera, reclamano la rapida concessione di visti d’ingresso, contestano l’idea che siano sufficienti autorizzazioni per brevi periodi. Sembra caduta nel vuoto l’esortazione del governo di Boris Johnson a formare e assumere lavoratori nazionali, accompagnata nel caso dell’autotrasporto da uno spericolato alleggerimento delle certificazioni necessarie. Obtorto collo, Downing Street ha dovuto ripiegare sulla promessa di oltre 10mila autorizzazioni temporanee all’ingresso. Ma nemmeno queste soddisfano gli imprenditori: i permessi per brevi periodi possono funzionare in settori con stagionalità strutturale e prevedibile, come l’agricoltura o il turismo estivo, non per attività che si svolgono tutto l’anno. La temporaneità nell’autotrasporto o nell’industria del pollame risponde all’obiettivo politico di evitare l’insediamento permanente dei lavoratori, non a una logica economica.

L’istruttiva vicenda britannica interpella anche noi italiani. In primo luogo, i mercati del lavoro di oggi mal si adattano a logiche nazionalistiche. L’incontro tra domanda e offerta di lavoro è un negoziato complesso, soggetto com’è all’influenza di svariati fattori. In società sviluppate i livelli d’istruzione crescono, mentre i lavori poveri o medio-poveri persistono. L’adattabilità di chi cerca lavoro alle condizioni proposte da chi vorrebbe assumere non è scontata, soprattutto laddove qualche rete di protezione (pubblica o familiare) lo preserva dalla caduta nella miseria.

Vincoli territoriali (chi accetta un lavoro nelle pulizie a mille chilometri da casa?), esigenze familiari (la presenza di figli o anziani da accudire, ponendo restrizioni su orari e spostamenti), investimenti educativi (difficile trovare dei laureati che asfaltano le strade o lavano i piatti nei ristoranti), problemi informativi (la proposta di lavoro spesso non arrivano in tempo utile a chi potrebbe accettarle), complicano il funzionamento del mercato occupazionale. Gli immigrati si inseriscono negli spazi lasciati vuoti dalle incoerenze tra domanda e offerta di lavoro. In altri termini, possono coesistere disoccupati nazionali e lavoratori immigrati: gli uni cercano lavoro in ambiti diversi da quelli in cui si collocano gli altri. Non mancano neppure disoccupati immigrati, perché può trattarsi per esempio di madri con figli piccoli che incontrano problemi di conciliazione simili a quelli delle famiglie italiane.

Anche da noi i serbatoi di manodopera dell’Est europeo, a cui abbiamo attinto a piene mani da trent’anni a questa parte, appaiono in declino. Il trasferimento in un Paese come l’Italia è sempre meno conveniente. Prima di piombare in uno scenario simile a quello d’oltre Manica, serve una programmazione degli ingressi più realistica degli attuali decreti flussi: meno di 31mila all’anno, perlopiù stagionali (18mila) o dedicati a casi particolari. Oltre ad alzare i numeri, tema su cui ragiona apertamente la titolare dell’Interno Luciana Lamorgese, il Cnel ha suggerito di adottare un sistema di selezione a punti, premiando tre requisiti: la conoscenza della lingua italiana, il possesso di qualificazioni professionali corrispondenti ai fabbisogni della nostra economia, la presenza in Italia di reti di parentela che possano accogliere e accompagnare le persone.

Una riapertura di canali d’ingresso legali per lavoro potrebbe inoltre ridurre il ricorso improprio all’asilo e accrescere la collaborazione dei Paesi d’origine nell’accettare i rimpatri degli immigrati espulsi. Lo strumento principale delle politiche italiane dell’immigrazione è stato fin qui il reiterato ricorso alle sanatorie, otto in 34 anni, a vantaggio di immigrati che avevano già trovato qualcuno disposto ad assumerli al di fuori delle regole. Forse i tempi sono maturi, in questa stagione di rinascita, per dotarci di soluzioni migliori.