Opinioni

Il futuro dell'Europa. Per la ripresa non basta l'ingegneria finanziaria

Giuseppe Pennisi giovedì 23 dicembre 2010
Il futuro dell’Europa è in buona parte appeso alle conclusioni del vertice europeo che si è tenuto il 16 e il 17 dicembre scorsi. Il comunicato finale dell’incontro ha posto l’accento su quella che può essere considerata un’operazione d’ingegneria finanziaria per l’Eurozona: l’entrata in funzione, dal giugno 2013, di un «meccanismo di salvaguardia della stabilità finanziaria» per il quale saranno necessarie alcune modifiche tecniche ai Trattati. Al raggiungimento degli obiettivi di «crescita inclusiva» previsti dal programma «Europa 2020», invece, è stata dedicata una sola riga, essenzialmente per riconfermarli.Le conclusioni del vertice non hanno entusiasmato i mercati, nonostante l’operazione d’ingegneria finanziaria fosse diretta essenzialmente a rassicurarli del fatto che il meccanismo della «solidarietà europea» sarà pronto a scattare in caso di minaccia d’insolvenza di questo o quello Stato dell’area dell’euro.Molti aspetti della stessa operazione, d’altronde, sono rimasti nebulosi. Ad esempio, la "ciambella di salvataggio" per un Paese in difficoltà dovrebbe rendersi disponibile subito nell’eventualità che occorrano risorse ben più ampie di quelle racimolate il 9-10 maggio scorso – quando la Grecia sembrava sull’orlo del baratro – mentre l’operatività del «nuovo meccanismo» è rinviata al giugno 2013. Inoltre, c’è sempre il rischio di contrasti istituzionali tra autorità europee e internazionali nel valutare questa o quella situazione di emergenza. Infine, il dibattito su strumenti innovativi come gli Eurobond è stato rinviato a tempi migliori, anche perché sulla loro natura e sulla loro funzione regna una non trascurabile disparità di vedute. Nonostante questi limiti, l’indicazione del principio della «solidarietà europea» nei confronti di Paesi a rischio era necessaria per evitare il pericolo dello smottamento della stessa unione monetaria.Neanche un’operazione d’ingegneria finanziaria perfetta nei suoi dettagli tecnici, però, può essere sufficiente a risolvere il nodo relegato nella riga finale del comunicato: la crescita. Si può superare il problema della sostenibilità del debito soltanto producendo meglio e di più e distribuendo i benefici dello sviluppo più equamente di quanto fatto nell’ultimo quarto di secolo. Per il futuro a breve termine, le prospettive non sono incoraggianti. I principali istituti econometrici prevedono un rallentamento della crescita per l’Eurozona: l’espansione del Pil dovrebbe passare dall’1,7% di quest’anno a un modesto +1,4% nel prossimo. Un livello di crescita non sufficiente e lontano da obiettivi più ambiziosi che potrebbero essere comunque alla portata di un continente considerato "vecchio" sia in termini demografici che di struttura produttiva. Invece, considerata l’erosione dei redditi da lavoro e l’incremento di quelli da capitale a cui si è assistito negli ultimi 25 anni, l’obiettivo di una «crescita inclusiva», come indicato nel programma «Europa 2020», ha il sapore amaro di uno mero slogan.La strada è stretta, a ragione dell’integrazione economica internazionale, dei vincoli di finanza pubblica e della minaccia di vampate d’inflazione a causa dei corsi delle materie prime. Essa passa per una politica dei prezzi e dei redditi che tenga conto anche di nuovi metodi di organizzazione industriale tali da aumentare la produttività dei fattori produttivi e la competitività di merci e servizi. In questo quadro, il dibattito italiano sul futuro dell’auto merita attenzione nell’intera Ue.