Opinioni

Il direttore risponde. L’euro diseguale, e la nostra parte

Marco Tarquinio sabato 21 settembre 2013
Caro direttore
appare ormai evidente che in Europa c’è una gerarchia tra le nazioni in funzione del costo del denaro, un dato finanziario che condiziona tutta la realtà economica: il costo del lavoro, dei prodotti, dei servizi, del finanziamento delle imprese... della vita, insomma, dello sviluppo, del futuro, dei figli. Ma come mai è così in una Europa in cui tutto dovrebbe essere uguale nelle diverse nazioni (compresa, per esempio, anche la dimensione delle arance)? Perché un italiano può comprare tutto come un tedesco, ma non può comprare alle stesso "prezzo" il denaro? Perché non c’è il mercato comune del denaro? La prima grande causa del diverso costo del denaro è il livello dei diversi debiti pubblici. Per questo, oggi, in Europa abbiamo le nazioni ricche (con un basso debito e un basso costo del danaro) che possono diventare ancora più ricche e abbiamo nazioni povere (con un alto debito pubblico e un alto costo del denaro), che diventeranno sempre più povere. Abbiamo cioè prodotto e accettiamo, a livello delle nazioni, quel vecchio concetto per cui se nascevi figlio di un ricco saresti stato ricco e se nascevi figlio di un povero non avevi speranze. Ma non è contro ideologie come questa che abbiamo lottato per i primi 50 anni del dopoguerra?
Qui nasce la grande domanda: "Perché siamo entrati nell’Europa degli euro?". Ogni tanto mi balla per la mente una risposta che non vuole essere sacrilega: "Perché chi ha deciso pensava di entrare in una alleanza importante, averne lustro e partecipare alle ripartizione dei benefici". Un po’ la stessa motivazione di Mussolini quando nel 1940 decise di entrare in guerra al fianco della Germania. Nessuno aveva previsto che entravamo in una Comunità (solo) Economica e che il mondo sarebbe stato gestito dalla finanza.
Camillo Ronchetti, Milano
Seguo il suo ragionamento, caro signor Ronchetti, e le dico subito che condivido la requisitoria contro l’euro che sembra "uno" mentre in realtà, a causa del diseguale (e ingiusto) costo del denaro, è in pezzi. Anche a me piace molto l’Europa. Anche a me non piace più il modo in cui si sta lavorando nel cantiere dell’Unione. Ma ci tengo a ripetere che non tutto ciò che accade in quel cantiere ci sta passando sopra la testa. E, anzi, credo che niente di davvero decisivo sia escluso dalla nostra responsabilità e possibilità di incidere. A patto che non ci rassegniamo a un ruolo e a un pensiero europeo solamente polemici e irrimediabilmente "gregari". E, poi, caro amico ricordiamoci che noi italiani – come sistema Paese, e come popolo – non siamo affatto "poveri". Lo siamo stati. E lo eravamo, e molto, dopo l’ultima e devastante guerra. Ma abbiamo lavorato seriamente e siamo cresciuti in modo persino spettacolare, salvo poi cominciare ad amministrare assai male le nostre risorse, come se pensassimo – lo dico e lo scrivo da qualche annetto – di poter vivere al di sopra delle nostre possibilità, come se ritenessimo di poter persino archiviare (in molti modi e su diversi piani) senso delle proporzioni e del limite. È finita male. E siamo tornati a sentirci poveri, anzi oberati di debiti. Ma i debiti delle amministrazioni pubbliche che schiacciano il nostro presente, e di più minacciano il futuro dei nostri figli, non si sono gonfiati a causa di un destino cinico e baro. E neanche per azione, o aggressione, d’altri. Siamo stati noi, amministratori e amministrati, eletti ed elettori, pur con asimmetrica responsabilità, a produrre quei "pagherò" che stiamo ora pagando. Voglio, insomma, dire che una parte ineliminabile del lavoro (non solo economico e finanziario) per rifare l’Italia e per fare l’Europa, tocca a noi italiani. Dobbiamo ritrovare equilibrio e solidarietà e accrescerli, qui e nell’Unione. E dobbiamo saper essere protagonisti di questa difficile operazione (se non vogliamo finire commissariati e marginalizzati). Abbiamo da rimontare la china proprio nel vertiginoso tempo della finanza globale, e possiamo farlo se manteniamo lucidità e concretezza, se mettiamo in campo tutta la tenacia e la equità possibili. Virtù che discendono da una visione chiara di ciò che è davvero valore e irrinunciabile principio. Virtù che si nutrono dalla salda convinzione morale (che noi cristiani non coltiviamo in solitudine) che il mondo non è della «finanza» e non può esserle dato in gestione. Il mondo è affare degli uomini e delle donne, dei popoli e delle nazioni, non delle corporazioni senza volto e senza responsabilità. E quel pezzo di mondo che, dentro l’Europa, è l’Italia riguarda in modo speciale proprio noi, senza sconti.