Opinioni

Espellere i poveri «altri» dal Vangelo: l'ultimo triste sofisma

Marco Tarquinio mercoledì 15 giugno 2016
Gentile direttore,
nella trasmissione televisiva "Virus" di Rai2, andata in onda nella serata del 1° giugno, lo scrittore Camillo Langone, intervenendo sul tema sempre attuale dell’immigrazione, dallo stesso definita una vera e propria «invasione» in corso sul nostro territorio, ha sostenuto di non trovare nel Vangelo l’indicazione di un principio cristiano che preveda un’accoglienza senza condizioni dello straniero che bussa alla nostra porta: a sostegno di tale tesi, questo opinionista ha fatto riferimento all’episodio narrato al capitolo 15 del Vangelo di Matteo. Qui l’evangelista riferisce del rifiuto di Gesù opposto a una donna cananea (pagana) che gli chiedeva di operare un miracolo a favore della propria figlia, posseduta da un demonio, in quanto «infedele»: da tale episodio emergerebbe, secondo Langone, che, nel Vangelo, la possibilità di ottenere un miracolo venga subordinata a una preventiva conversione del richiedente; in Italia, invece, si ritiene di poter fare il «miracolo dell’accoglienza», senza che gli immigrati si convertano prima al cristianesimo. Langone omette, però, di riferire che, nell’episodio raccontato da Matteo, a seguito delle insistenze della donna, Gesù concesse il miracolo richiesto, accogliendola come figlia («ti sia fatto come desideri»), mentre l’iniziale Suo rifiuto era da interpretarsi come un invito rivolto alla donna a riflettere sulla Persona che aveva difronte, sapendo che era pagana e si rivolgeva a Lui per ottenere il miracolo, avendolo scambiato per un semplice guaritore; se, infatti, Gesù avesse esaudito subito la sua preghiera, la figlia sarebbe stata guarita, ma lei avrebbe continuato a credere nel suo inesistente dio pagano. Ma vorrei restare sul punto della pretesa inesistenza di un principio evangelico di accoglienza dello straniero. Credo che basti richiamare l’attenzione di quest’ultimo su quanto detto da Gesù sul «giudizio finale» al capitolo 25, 31-46 del Vangelo di Matteo che non richiede alcun ulteriore commento: «…poi dirà a quelli posti alla sua sinistra: via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché… ero forestiero e non mi avete ospitato… allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto… forestiero… e non ti abbiamo ospitato? Ma egli risponderà: in verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non lo avete fatto a me. E se ne andranno… al supplizio eterno».

Federico Pellettieri


Nel corso del tempo, purtroppo, abbiamo dovuto prendere nota di sofismi di ogni sorta, anche in casa nostra. Ma ce ne sono di impossibili. E un sofisma impossibile, e incredibilmente presuntuoso, è appunto quello di cui lei, gentile signor Pellettieri, ci dà conto, contestandolo efficacemente. Siamo alla triste pretesa di dare, a mezzo tv, una sorta di "foglio di via" ai poveri senza passaporto e senza certificato di battesimo, espellendoli addirittura dal Vangelo e dall’amore di Cristo… Che dire di più? Che non ci si dovrebbe stupire granché se opinionisti abituati a lanciarsi in giudizi-invettiva su tutto e tutti (distribuendo o, ancor più, ritirando patenti di cattolicità) resistano a fatica, o per nulla, alla tentazione di piegare persino la Parola ai propri comodi polemici o all’esigenza di nobilitare le predicazioni politiche del sospetto, del disprezzo e del rifiuto. Ma la misura del giudizio finale così come Gesù stesso ce l’ha consegnata non è manipolabile, né può essere depotenziata con reticenti giochi interpretativi. Il passo del Vangelo di Matteo, tratto dal capitolo 25, che lei cita e che interroga e incalza anche me da una vita intera, indica in tutta semplicità e chiarezza coloro nei quali possiamo trovare e ritrovare Cristo e verso i quali siamo chiamati a una solidarietà gratuita e generosa: l’affamato, l’assetato, lo spogliato di tutto, il malato, il carcerato, lo straniero. Non c’è proprio spazio per scuse di maniera o fuochi di artificio parolai. Mi limito perciò a constatare che, almeno davanti al «criterio supremo» (cito don Luigi Giussani) con cui Dio-Amore leggerà la nostra vita, un po’ di autentico senso del limite e del sacro non guasterebbe.