Opinioni

Sarà maestra in Madagascar. Erika non va a insegnare va per imparare ad amare

Lucia Bellaspiga martedì 20 dicembre 2011
Nel prossimo futuro di Erika De Nardo, dunque, c’è l’Africa. Lo ha fatto sapere lo stesso don Mazzi, fondatore della comunità Exodus, che da molto tempo segue e osserva la coscienza della giovane, dieci anni fa assassina a Novi Ligure di sua madre e del fratello. Pagato il debito che la giustizia italiana le aveva inflitto (dieci anni di carcere; pochi? giusti? Non è questo il tema, adesso), andrà in 'missione' in Madagascar, dove dovrà prendersi cura degli altri, in particolare di centinaia di bambini molto poveri e molto sventurati, che da lei impareranno a leggere e scrivere. Maestra Erika, la chiameranno, forse senza mai sapere da quale passato ben più povero e sventurato la giovane donna venuta da lontano deve risalire. Proprio aggrappandosi a loro. Certo, fa impressione pensare che chi ha avuto la determinazione di massacrare la propria madre e il fratellino con una crudezza difficilmente immaginabile possa ora aver qualcosa da insegnare agli altri. Fa impressione anche concepire che possa prendersi cura di qualcuno, addirittura di bambini, i più innocenti tra gli innocenti. Soprattutto si ha l’idea che non sia giusto. Erika – vien da dire – ha sbagliato nel più feroce dei modi, ha versato il sangue del suo sangue, deve continuare a pagare, non merita di poter riprendere il corso normale dell’esistenza, quell’esistenza che ai suoi cari ha per sempre spezzato. Anzi, non merita una sua vita. Vero, viene da dirlo. Ma il fatto è che Erika c’è, è viva, ha scontato la pena: e adesso? Che vogliamo fare di lei? Cosa dobbiamo sperare? «Possiamo cadere – ha detto domenica papa Ratzinger ai carcerati di Rebibbia –, ma Dio vuole che tutti si possano rialzare». Tutti, Erika compresa. Parole di fede, certo, ma anche il diritto – che dal credo prescinde – concepisce il carcere come mezzo di redenzione e di recupero, nessuno è un vuoto a perdere, qualsiasi essere umano può riprendere la giusta via e, quando torna in libertà, dobbiamo tutti sperare che conduca una vita onesta, per lui e per noi stessi. Il vero problema però è come. È recuperabile una persona come Erika? Può davvero cambiare? Cambiare in profondo, intendiamo, ben oltre la 'buona condotta' e l’educazione già mostrate in carcere o la laurea in filosofia presa durante la detenzione. Non lo sappiamo, non lo sa nessuno. Resta però quell’interrogativo, 'che vogliamo fare di lei?', e quella risposta, che ci inchioda al dovere della coerenza, «Dio vuole che tutti si possano rialzare». Forse proprio in Africa, allora, tra miseria e malattia, toccherà con mano quanto sia dura sopravvivere e sconfiggere la morte sempre in agguato, scoprirà il valore di ogni vita, anche la più fragile, magari lotterà persino per salvarne qualcuna, o piangerà per non esserci riuscita. In occhi di madre leggerà il pianto della sua. In qualche bambino rivedrà suo fratello. Non è una qualunque, Erika: per chi è sceso all’inferno e ha scelto un certo giorno di abitarlo, solo un’esperienza forte, un elettrochoc per la coscienza, può risvegliare la scintilla dell’umanità. A volte persino divampa l’incendio e il fuoco dell’amore scioglie il gelo. «Porterò Erika in Madagascar», mi ha confidato da anni don Mazzi, sempre convinto che, se una speranza di tornare umana Erika aveva, l’avrebbe trovata sporcandosi le mani tra i poveri del mondo, non oziando chiusa in una sterile cella. Sarà un successo o un tracollo, come i tanti che stanno dietro l’angolo delle grandi sfide? L’impresa è ardua, ma tentarla è un dovere perché «Dio vuole la morte del peccato, ma che il peccatore si converta e viva», scrive sant’Agostino. Crederci non è facile, «cosa può mai insegnare Erika! Forse come si sgozzano le capre?», ha già commentato qualcuno sui giornali. Eppure andando a insegnare, Erika va a imparare, a quei bambini farà conoscere l’alfabeto e i numeri, ma da loro apprenderà molto di più. Anzi, potesse lavorare qualche mese in un lebbrosario d’India, lavare piaghe con le suore di madre Teresa, vivere a contatto con gli affamati del Corno d’Africa, stringere a sé l’umanità piegata dalla tragedia, quella che ti capita addosso, non quella che ti sei cercata da sola, sarebbe non una punizione ma la cura d’urto, la scarica che riattiva un cuore da troppo tempo senza più battiti. Però, ne siamo certi, anche quei bambini impareranno da lei, perché chi tanto male ha fatto può meglio di tutti insegnare a non cadere. Lo ha detto il Papa a Rebibbia, stringendo mani un tempo macchiate di sangue: «Anche i passi oscuri hanno il loro senso».