Opinioni

Scintille di bellezza. Se un giovane Innominato spiega l'amore gratuito

Marco Erba martedì 26 settembre 2023

Una volta, tra i banchi di scuola, incontrai un giovane Innominato. L’Innominato è una delle figure più affascinanti dei “Promessi sposi”: suscita inquietudine, ma allo stesso tempo attrae il lettore irresistibilmente, lo fa incollare alle pagine. L’Innominato è un uomo dal potere assoluto: vive nel suo castellaccio sulla cima di una montagna, non vede nessuno al di sopra di sé, può controllare chiunque salga alla sua dimora, è così potente che non si osa neppure pronunciare il suo nome. Nessuno gli può sfuggire, ma lui sfugge sempre alla legge. Eppure, per quanto potente, non può sfuggire a sé stesso. Così, dopo l’incontro con Lucia, fatta rapire proprio da lui, l’Innominato sprofonda in una crisi esistenziale già da molto tempo latente. Manzoni descrive mirabilmente il flusso dei suoi pensieri in quella notte, un delle più celebri della letteratura italiana, che culmina col proposito di togliersi la vita. L’Innominato però alla fine si trattiene, chiedendosi cosa possa esserci dopo la morte.

L'alba lo sorprende profondamente cambiato. Nell’angoscia irrompe un suono di campane, che attirano la gente per una festa. L’Innominato non capisce; presto gli viene riferito che la festa è dovuta alla presenza, in un paese vicino, di Federigo Borromeo, cardinale di Milano in odore di santità. L’Innominato segue la folla, si presenta al cardinale, viene ricevuto. Ed ecco la scena più importante: l’incontro tra il santo e il bandito. La tensione narrativa è al massimo. L’Innominato non sa bene cosa dire. Resta fermo, indeciso. Il cardinale allora gli si fa incontro, fa il primo passo verso di lui. Federigo Borromeo lo accoglie, gli dice che quella visita gli è gradita; anzi, addirittura si scusa per non essere andato prima lui dall’Innominato.

Quando leggiamo questo brano in classe, ragazze e ragazzi reagiscono indignati: ma come? Il cardinale va incontro a un delinquente? A un assassino? A uno che ne ha combinate di cotte e di crude? Il cardinale si mostra amico di uno così? E lo fa pure passare davanti agli altri, a tutto quel popolo umile accorso solo per vederlo! Dov’è la giustizia? Come possono tornare i conti? Come possono essere rimessi in equilibrio i piatti della bilancia? Qui iniziano discussioni infinite, complicatissime: come stanno insieme giustizia e perdono? La giustizia è una bilancia con i piatti in pari o un abbraccio? Si può perdonare sempre? In quale rapporto stanno perdono, giustizia e riparazione del male commesso?

In fondo, tutte queste domande si possono riassumere in una sola: cos’è l’amore gratuito? Si può davvero amare gratuitamente? E se sì, è giusto farlo? Una delle più belle risposte a queste domande me la diede uno studente: Stefano, di prima liceo: il giovane Innominato, appunto. Stefano era uno degli studenti più elogiati dai prof del consiglio di classe: impegnato, gentile, partecipe, realmente interessato a tutto ciò che veniva proposto, sempre disponibile a dare una mano se vedeva un compagno in difficoltà, dato che il suo rendimento era ottimo.

Dopo che avevamo letto i brani dell’Innominato nel capolavoro di Manzoni, Stefano scrisse un tema memorabile. Iniziava così: «Il comportamento del cardinale nei confronti dell’Innominato, quel suo benevolo andargli incontro, è assolutamente incomprensibile, se giudicato con la logica della giustizia umana, che si basa sul principio della sanzione conseguente all’errore. Nella nostra logica, a una determinata azione corrisponde una reazione, una conseguenza. Ma anche un’altra logica è possibile: quella dell’amore gratuito. Io ho capito quella logica l’anno scorso, perché l’ho sperimentata sulla mia pelle quando mi hanno bocciato».

Sobbalzai. Tornai a guardare il nome e il cognome nell’intestazione del tema. Era proprio lui, proprio Stefano: non avrei mai immaginato che potesse essere stato bocciato. Eppure aveva scritto proprio così. «La scuola per me è cominciata subito male» continuava, «non studiavo niente, non ero motivato. Mi mentivo: dicevo che avrei iniziato a studiare dopo il primo mese, poi dopo Natale, poi dopo la pagella, poi dopo Pasqua. Ma l’anno è finito, e a studiare non avevo mai iniziato». Tipico. Come tipici erano stati i rimproveri dei genitori: «Mio padre e mia madre si arrabbiavano spesso, facevano sfuriate di fronte a ogni voto negativo, mi mettevano in guardia, mi minacciavano, ma io non li ho mai ascoltati. Ed è arrivato il giorno della bocciatura. Ero in gita con l’oratorio feriale, il mio telefono è squillato. Era mia madre. Ho risposto, non mi ha nemmeno salutato. Ha solo detto: “Hanno chiamato dalla segreteria della scuola”, poi ha riattaccato. Non dimenticherò mai la delusione nella sua voce».

Stefano, a questo punto, si aspettava l’inevitabile punizione. Azione – reazione, colpa – pena. Funziona così, no? « Alla fine della gita – continuava Stefano – mia mamma era lì, ad aspettarmi in macchina sul parcheggio. Non ho osato sedermi al suo fianco, sono salito sul sedile dietro. A casa, è scesa dall’auto con fare deciso. Sono sceso anche io. Mia mamma mi è venuta incontro. Io mi sono ritratto, temevo mi desse uno schiaffo. Ma lei mi ha abbracciato, mi ha stretto forte e si è messa a piangere. Mi sono messo a piangere anche io. La sera io, mio papà, mia mamma e mio fratello abbiamo cenato in silenzio. Alla fine però mia mamma ha aperto il forno, tirando fuori una delle sue celebri crostate. Sopra c’era scritta una parola: “Capita!”. Siamo scoppiati tutti a ridere, la serenità è tornata». Ma non era finita così. «Dopo cena, in camera mia, io e i miei genitori abbiamo parlato a lungo. Io ho ammesso che mi ero comportato in modo molto irresponsabile. Mi hanno rimproverato, mi hanno invitato a prendere sul serio le mie scelte, e io l’ho fatto: quest’anno a scuola sono partito con un approccio diverso, credendo di più in me stesso, anche perché sapevo di poter contare sul loro affetto incondizionato. Sapevo che i miei erano dalla mia parte, sempre e comunque. Questo, per me, è l’amore gratuito: quello che ha toccato il mio cuore, quello che mi ha consentito di cambiare molto più di ogni punizione».

L'esperienza di Stefano e quella dell’Innominato, fatte le debite proporzioni, sono la stessa cosa. Anche l’Innominato, giunto titubante dal cardinale, si convertirà definitivamente, scoppiando in un pianto dirotto, di fronte allo slancio di Federigo, uno slancio capace di manifestare un Amore più grande, assoluto, che da sempre avvolge tutti, anche l’Innominato, prima di ogni merito e di ogni colpa. L’Innominato si convertirà, cambierà vita, metterà a rischio ogni cosa, diventerà un difensore dei deboli: espierà per tutta l’esistenza il male compiuto. C’è uno schema tipico della logica retributiva umana che segue questo ordine: male compiuto, conversione, espiazione, perdono. E c’è la logica dell’amore gratuito: male compiuto, perdono, conversione, espiazione; il perdono viene prima. La logica dell’amore gratuito è la logica che ha innescato la grande conversione dell’Innominato e quella più piccola, ma decisiva, di Stefano, e che può portare chiunque a una conversione più autentica, duratura.

Chi sbaglia, se viene punito e basta, senza un briciolo di affetto, viene vinto, ma non viene convinto. Il perdono gratuito invece può toccare il cuore sul serio, può spingere a cambiare nel profondo. Certo, il perdono può non essere accolto, può risultare inefficace: l’amore gratuito è un’occasione offerta, non una regola matematica. Ma è un rischio che vale la pena correre, perché l’amore gratuito è la forma più paradossale e più alta di giustizia. Senza amore gratuito, senza fiducia incondizionata nella scintilla di bellezza presente nel cuore di chi abbiamo di fronte, ogni azione educativa è vuota; ogni insegnamento, tra i banchi di scuola o altrove, è inutile.

Insegnante e scrittore