Opinioni

Il "no" alla candidatura alle Olimpiadi. Equilibrio e "rinunce"

Gianfranco Marcelli mercoledì 15 febbraio 2012
Non ci sarà “Roma 2020” e i giochi della trentaduesima Olimpiade moderna si faranno con ogni probabilità a Tokyo o a Madrid, ma non da noi. Nel frattempo, le Forze armate italiane saranno profondamente ristrutturate e numericamente ridimensionate, garantendo in particolare «grande attenzione alla spesa» per il sistema difensivo. Allo scoccare dei suoi “100 giorni” di vita, il governo di Mario Monti assume nell’arco di poche ore due decisioni di grande rilievo e di forte risonanza. La prima delle due, in particolare, innesca un ampio ventaglio di proteste e di reazioni negative, che vanno dal rammarico e dalla recriminazione per le risorse inutilmente investite nel lancio della candidatura italiana, all’aperta protesta per una supposta occasione di “promotion” del Paese sfumata sul filo di lana, fino al grido di dolore per l’orgoglio nazionale sacrificato sull’altare della fredda contabilità pubblica.Non sarebbe giusto liquidare con sufficienza, magari come pura ricerca di anacronistici lussi, le ragioni degli insoddisfatti e dei delusi, sia per l’una sia per l’altra delle opzioni effettuate ieri dall’esecutivo. Veder garrire la bandiera con i Cinque cerchi sui pennoni della Penisola non può essere considerato soltanto motivo di superficiale compiacimento. E concorrere per dare al nostro movimento sportivo la soddisfazione di accogliere il principale evento agonistico mondiale non si può confondere con la ricerca di inutili lustrini da esibire per la platea. Allo stesso modo, poter contare su una moderna e sufficiente – oltre che efficiente – struttura difensiva non è di per sé finalizzato a solleticare il vanto delle categorie in divisa, ma anzitutto a garantire l’autorevolezza internazionale dell’Italia e la sua presenza sugli scenari strategici che meglio possono garantire il perseguimento, sulla salda base dei princìpi costituzionali, degli obiettivi geopolitici condivisi con gli alleati e in sede Onu. In entrambi i casi, insomma, manifestare civilmente perplessità o anche dissenso, per il duplice “no” del governo non va bollato in astratto come un atto da cicale menefreghiste.E tuttavia le giustificazioni offerte dal premier hanno dalla loro la forza della coerenza e il peso della ragionevolezza. Monti ha usato la metafora dell’aereo appena decollato, che è riuscito con la manovra di emergenza di fine anno a sventare il “rischio catastrofe” e poi a imboccare, con i decreti cresci–Italia e di semplificazione, un corridoio di volo verosimilmente in grado di riportarci in assetto di crociera. Ma ha aggiunto che le turbolenze non ci consentono ancora di slacciare le cinture di sicurezza. Ha poi molto insistito sul tasto della «percezione» che avremmo potuto dare all’esterno, assumendo oggi per domani un impegno che toccherà ad altri assolvere. Mentre sul fronte delle Forze armate ha invocato la ricerca dei necessari «equilibri economici».Sembra di indovinare, nelle parole del premier, un monito a fare molta attenzione, perché all’estero qualcuno continua ad aspettarci al varco. Magari per farci fare la fine proprio di quella Grecia che ci soffiò i Giochi del 2004 e che oggi paga anche i costi di una scommessa rivelatasi autolesionista. Assieme al registro della cautela, Monti ha usato quelli della rassicurazione e della fiducia: la rinuncia odierna – ha garantito – non prefigura una fase di piccolo cabotaggio a tempo indeterminato. Né prelude al ritorno a un’Italietta di non rimpianta memoria. Nelle sue decisioni, il presidente del Consiglio ha incrociato la comprensione degli altri vertici istituzionali, mentre dovrà fare i conti con reazioni diverse e opposte degli schieramenti politici. Che tuttavia non sembrano dover incidere sulla tenuta complessiva della maggioranza che lo sostiene.C’è un tempo per la prudenza e un tempo per l’audacia. Il governo lo ha capito, a quanto pare con l’appoggio di gran parte dell’opinione pubblica. Ora tocca ai partiti. Un primo positivo segnale in tal senso è arrivato ieri dalle proposte concordate fra centristi e Pd per ridurre il numero dei parlamentari già dal 2013 (e si sa che il Pdl,  l’Idv e pure la Lega hanno idee non dissimili). Anche questa è una “rinuncia” che potrà rivelarsi feconda.