Opinioni

Contro l’intolleranza. Emergenza di civiltà

Giorgio Ferrari mercoledì 5 gennaio 2011
«Il terrorismo cieco ha colpito il cuore degli egiziani, sia musulmani che copti. È l’Egitto nel suo insieme ad essere stato bagnato dal sangue di questi martiri». Sono parole del presidente Hosni Mubarak all’indomani dell’orribile strage di Capodanno che ha lasciato sul selciato della chiesa dei Santi di Alessandria i corpi senza vita di ventidue fedeli, mentre altri novanta sono rimasti feriti. Non sarà un Natale felice, quello che i copti d’Egitto si apprestano a celebrare dopodomani. Il futuro per loro si è tinto di grigio ma, a ben guardare, giorno dopo giorno le notizie – certe notizie – si rincorrono, si superano per efferatezza e tragicità sovrapponendosi purtroppo per la loro schioccante ripetitività, dall’Iraq all’Inguscezia, dalla Nigeria al Sudan, dalle Filippine all’Orissa: l’intolleranza nei confronti delle minoranze cristiane.È di ieri la notizia dell’omicidio di Salman Taseer, governatore della provincia pachistana del Punjab, crivellato di colpi da una guardia del corpo mentre si trovava in visita a Islamabad. La sua colpa – secondo l’assassino reo confesso – è di aver criticato la legge islamica sulla blasfemia, la stessa in base alla quale la cristiana Asia Bibi è stata condannata all’impiccagione l’8 novembre scorso per aver offeso il profeta Maometto.Sono passati più di novant’anni dal profetico Intolerance, il kolossal muto di David W. Griffith, ma nulla sembra cambiato sotto i cieli, neppure le modalità stesse dell’intolleranza religiosa: poche mani sanguinarie spiccano sul vasto mare dei fedeli allo scopo di radicalizzare i sentimenti e l’emozione e provocare il conflitto aperto fra le diverse fedi. Gli indizi non mancano. Ecco una prova eloquente: un sondaggio del quotidiano Le Monde antecedente la strage di Alessandria rivela come il 42 per cento dei francesi e dei tedeschi ritenga che la presenza di una comunità musulmana rappresenti una minaccia per l’identità della nazione e addirittura il 75 per cento sia convinto che gli islamici non siano in grado di integrarsi nella società occidentale.Il mondo arabo non sembra più lungimirante del nostro: a ben vedere infatti sono proprio le pseudo-democrazie autoritarie (ancorché alleate dell’Occidente) – come l’Egitto o il Pakistan – a fare da incubatrici a quell’intolleranza nei confronti della diversità di fede (con specifica predilezione per la caccia al cristiano) che con sempre maggior frequenza riesplode in questi anni. La causa risiede soprattutto nell’assenza di un vero di Stato di diritto, di una democrazia matura e partecipata, di una condivisa concezione del bene comune e della libertà individuale.Ma anche l’Occidente – e non è un paradosso – ha una sua cospicua porzione di responsabilità. Il suo peccato originale è l’indifferenza, la sua farisaica terzietà nei confronti del problema, come se riconoscere che le nostre radici culturali sono essenzialmente giudaico-cristiane costituisse un’offesa – e questo accade soprattutto nei Paesi nordici d’Europa – per le minoranze musulmane ed ignorarle rappresenti un esercizio di educato pragmatismo, di specchiata political correctness.Come trattenersi dal dire che questo assordante silenzio occidentale sta in bilico fra una colpevole acquiescenza e una demenziale complicità? Come giustificheranno un giorno i governi, i parlamenti, le assemblee il progressivo erodersi della presenza cristiana nelle terre di frontiera sotto i colpi di ben mirate persecuzioni? Come uno degli altalenanti sussulti della Storia? Come uno spiacevole infortunio sociale? O – darwinianamente – come l’inevitabile estinguersi di una specie a favore di un’altra?Dite voi se questa non è un’emergenza. Di civiltà, forse prima ancora che umanitaria.