Opinioni

Elezioni. Prendeteci sul serio. Campagna cattiva, voto comunque buono

Marco Tarquinio sabato 3 marzo 2018

È stata una campagna elettorale vibrante, certo, ma anche cattiva: per forma e sostanza, per toni e contenuti. Abitata addirittura dai fantasmi della peggiore destra e del più aspro antagonismo di sinistra che non meriterebbero di essere evocati, e che invece anche ieri sono tornati a circolare con la marchiatura squadrista (e mafiosa) delle case degli antifascisti di Pavia. Ed è stata più che mai una campagna «contro». Nel segno del «tutti contro tutti», si dice. Ed è vero. E anche un po’ scontato. Che cos’altro, del resto, ci si sarebbe potuti aspettare in una fase dominata dal proporzionalismo risuscitato dal fallimento dei (maldestri) tentativi – l’ultimo culminato nel referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 – di dare compimento "istituzionale" agli anni del maggioritario? Soprattutto, però, è stata una campagna condotta e interpretata «contro» tante evidenze. Anche solari. O, come si dice, pacifiche. E non nel senso della tranquillità, ma in quello della indiscutibilità, che dovrebbe tenere lontani dai vaniloqui e indurre a un impegno preciso e forte.
Due esempi. È stata una campagna incredibilmente affrontata «contro» l’evidenza della situazione economico-finanziaria dell’Italia, rappresentata dall’imponente montagna del debito pubblico, che ci condiziona il presente e che minaccia sempre più di schiacciare il futuro dei nostri figli. Un’evidenza che avrebbe dovuto far concentrare davvero attenzioni e intenzioni (lavoro e famiglia) e scoraggiare il furoreggiare di promesse irrealistiche (fisco). Con almeno altrettanta foga è stata una campagna «contro» l’evidenza di un sistema elettorale inedito, che non offre certezze, ma che – proprio per la sua forte impronta proporzionale – assai difficilmente consegnerà una maggioranza autosufficiente e, dunque, un lineare mandato di governo a uno dei tre principali schieramenti di un quadro tornato multipolare. A meno che gli italiani che oggi andranno alle urne non s’inventino un colpo di teatro "alla francese", simile cioè a quello che ha portato Emmanuel Macron all’Eliseo e il suo partito al governo, e votino in modo tale da consegnare a sorpresa Palazzo Chigi al centrodestra di Berlusconi e Salvini o ai pentastellati di Di Maio o al centrosinistra di Gentiloni e Renzi. Possibile, ma non probabile.
Probabile è piuttosto che i protagonisti della XVIII legislatura debbano, in un quadro diverso e con diversi rapporti di forza, ricominciare da dove si era concluso il cammino delle Camere precedenti. Ovvero dalla faticosa e necessaria costruzione di un quadro di governo e dalla gestione attenta dei segni di vitalità (ripresa avviata) e di sofferenza (povertà radicata e crescente) del Paese reale.
Sarà questa la prima, inevitabile e grave responsabilità dei gruppi parlamentari ai quali il voto del 4 marzo 2018 avrà dato consistenza e legittimità. Oggi, infatti, depositando il nostro voto nell’urna noi italiani non potremo sostenere o indicare – se non molto indirettamente – alcun aspirante premier, ma potremo votare nomi di partiti e di parlamentari (votarli in blocco, purtroppo, senza esprimere pienamente una preferenza sulle persone candidate...). Così, comunque, attribuiremo agli eletti la forza di rappresentarci e di agire. E qui, nell’esercizio di questo potere-dovere, l’evidenza delle regole costituzionali vigenti di cui è custode il Capo dello Stato – ma anche appena un po’ di buon senso, cioè di senso del bene comune – dovrebbe render chiaro a tutti che solo l’inazione, solo l’assoluta incapacità di proporre, di collegare e di costruire nell’interesse della nazione e non esclusivamente della propria fazione, finirebbe per sancire l’inadeguatezza della nuova Camera e del nuovo Senato e addirittura – per chi ama queste formule drammatiche – il "tradimento" del mandato ricevuto.
Bisognerà che i signori dei partiti ascoltino bene la voce degli elettori e prendano sul serio proporzioni, promozioni e bocciature. Bisognerà che siano rispettosi e conseguenti. E bisognerà che poi, smaltiti tic e tossine da comizio, si prendano tutta intera la responsabilità che hanno chiesto di avere. Se la campagna è stata cattiva, il voto sarà comunque buono. E, nel gestire o non gestire il risultato, gridare agli «inciuci» non potrà essere argomento né alibi. Gli «inciuci» esistono solo se mancano trasparenza, onestà ed efficacia. Ingredienti essenziali di una politica «per». E unico modo per ricostruire la fiducia della gente.