Opinioni

Trionfo dei partiti islamici ed economia a picco. Egitto, musulmani «moderati» ora alla prova del governo

Luigi Geninazzi domenica 22 gennaio 2012
Ultimi a unirsi ai dimostranti di piazza Tahrir un anno fa, sono oggi i primi nel nuovo Parlamento egiziano. Gli islamisti hanno stravinto le elezioni del dopo Mubarak, andando oltre le previsioni già largamente favorevoli della vigilia. La proclamazione ufficiale dei risultati, avvenuta ieri al termine di una lunga maratona elettorale, sancisce il trionfo del partito Libertà e Giustizia, il braccio politico dei Fratelli musulmani che, con 235 deputati, sfiorano la maggioranza assoluta nell’Assemblea del popolo (498 seggi). Ma l’annuncio choc riguarda lo straordinario successo dei fondamentalisti salafiti il cui partito al-Nour s’aggiudica il secondo posto con 121 deputati. Ne risulta che i rappresentati dell’islam come ideologia politica controllano i due terzi del nuovo Parlamento. Un dato inquietante, anche se appare poco probabile una coalizione governativa tra i partiti islamisti.I Fratelli musulmani non intendono forzare i toni, presentandosi con un volto moderato e rassicurante. Il leader della Fratellanza, Mohamed Badie, ha già fatto sapere che il partito Giustizia e Libertà non sosterrà alcun candidato islamista alle elezioni presidenziali di giugno. Ed ha lanciato messaggi tranquillizzanti alle forze laiche e liberali, che si battono per uno Stato secolare, facendo notare che l’espressione 'Stato musulmano' si ritrova già nella Costituzione egiziana del 1923 e non ha mai significato l’instaurazione di un regime teocratico. Con una maggioranza quasi assoluta in Parlamento, i Fratelli musulmani cercheranno di formare un governo insieme con i laici, penalizzati dal voto. Ci proveranno con al-Wafq, vecchio e glorioso partito liberale, che nell’ultima tornata elettorale è stato però infiltrato da ex esponenti del regime di Mubarak. Ha ottenuto il 9% e rappresenta la terza forza in Parlamento, a grande distanza dalle prime due. Peggio ancora è andata al Blocco egiziano, capeggiato dal tycoon della telefonia Sawiris, e a Rivoluzione continua, che raggruppa i giovani di piazza Tahrir. Diffidenti nei riguardi degli islamisti, sono pronti a sfidare il nuovo potere, scendendo ancora una volta a protestare come già fecero con Mubarak. S’avvicina l’anniversario dell’inizio della rivolta, il 25 gennaio, e in Egitto si preannuncia una nuova ondata d’imponenti dimostrazioni. Nel mirino c’è il Consiglio supremo delle Forze Armate, l’organo provvisorio che dovrebbe garantire la transizione alla democrazia, ma che in realtà mira a salvaguardare i privilegi delle alte cariche dell’esercito. «Non ci sarà nessun organismo al di sopra della sovranità del popolo», è il guanto di sfida che i Fratelli musulmani hanno lanciato ai militari, rompendo il tacito compromesso siglato con la giunta del generale Tantawi prima delle elezioni. Adesso si volta pagina, la Fratellanza diventa forza di governo e ha bisogno di legittimare la grande vittoria ottenuta nelle urne con risultati concreti. Gli islamisti 'moderati' dialogano con gli Stati Uniti, incontrano gli emissari del Fondo monetario internazionale, chiedono l’aiuto dell’aborrito Occidente per far fronte alla spaventosa crisi economica che in un anno ha dimezzato le riserve di valuta (da 36 a 18 miliardi di dollari), ha ridotto il turismo del 90%, ha fatto balzare l’inflazione al 10% e la disoccupazione al 40%. Ma a soffiare sul fuoco del malcontento ci sono gli ex amici salafiti che propugnano l’applicazione letterale del Corano nella vita pubblica e ammettono tranquillamente di odiare i cristiani. Ad un anno dalla caduta di Mubarak, l’Egitto resta una polveriera pronta ad esplodere.