Opinioni

Un uomo di nome Giobbe / 7. L'umana parola che vince la morte

Luigino Bruni sabato 25 aprile 2015
Sono molte le fedi rinate da fraternità solidali capaci di accompagnare fino al fondo del suo buio l’uomo che grida verso un cielo che gli appare vuoto o ostile. Ma attorno ai disperati seduti sui mucchi di letame del mondo, non sono meno frequenti le chiacchiere e le persecuzioni di "amici" non solidali, che non vedono la verità che spesso si nasconde dentro i silenzi della fede e i ’litigi’ con Dio, e vogliono riempire il cielo vuoto degli altri con le loro parole vuote. E così continua a riecheggiare sulla nostra terra il lamento di Giobbe: «Perché mi perseguitate con le vostre chiacchiere?» (Giobbe 19, 2). Anche nel suo secondo dialogo-accusa, Bildad di Shukh ribadisce, con maggiore aggressività, le sue tesi perfette come tutti i teoremi senza carne e sangue. Tu, Giobbe, non puoi cambiare l’ordine del mondo. Il giusto vive ed è premiato, il malvagio perisce e soffre: «Forse per causa tua la terra si spopolerà, o la rupe si sposterà dal suo posto?» (18, 4-6). Gli descrive nei dettagli la sorte dell’empio e del peccatore, che coincide perfettamente con la situazione in cui si trova Giobbe. Con una sola, radicale, differenza: Giobbe è un giusto. E quindi ritorna, con sempre maggiore forza e convinzione, la grande, pazzesca e mirabile ipotesi di Giobbe: «Ebbene, sappiate che è stato Dio a schiacciarmi, catturandomi nella sua rete» (19,6). Anche Giobbe, come Bildad, crede nell’ordine divino del mondo, e per evitare l’ateismo prende Dio talmente sul serio da addebitargli la sua sventura. E urla, in cerca di aiuto: «Ecco, grido: "Violenza!", ma non ho risposta, chiedo aiuto, ma non c’è giustizia!» (19,7). «Violenza» (hamas) era un grido, un urlo, con una specifica valenza giuridica. Quando una persona in estrema difficoltà gridava «giustizia!», creava negli altri un obbligo di soccorso - qualcosa di simile alla nave che lancia un Sos che obbliga chi lo intercetta ad intervenire in suo aiuto. Ma Dio continua a tacere anche di fronte al Sos estremo di Giobbe, perché è lui stesso l’autore della violenza. Dio - per Giobbe - ha udito il grido e non fa nulla. Diversamente da molte lamentazioni dentro e fuori la Bibbia, il Dio di Giobbe non è sordo, ma suo nemico: «Ha acceso contro di me la sua ira e mi considera come suo nemico» (19,11). A chi gridare allora? Resta la speranza negli amici: «Pietà, pietà di me amici miei, perché mi ha ferito la mano di Dio» (19,21). Rimasto solo al mondo, Giobbe aveva pregato la terra (16,18), e ora prega gli amici. La sua è una preghiera tutta terreste, che sotto un cielo chiuso ostile, diventa un ultimo appello alla solidarietà degli uomini. Una preghiera che assomiglia a quella che il condannato rivolge ai suoi carcerieri, ricordando loro la comune condizione umana. L’appello alla fraternità come ultima risorsa. Molte solidarietà umane sono nate e rinascono da preghiere orizzontali, da grida disperate di aiuto raccolte da altri compagni, quando il cielo sembrava chiuso, o quando gli "avvocati" di Dio erano riusciti a convincerci che le loro risposte scontate e accademiche fossero veramente quelle di Elohim. Anche quando sembra l’unico, il grido verso l’altro uomo è quasi sempre un grido secondo, che viene lanciato dal povero quando il primo grido verso l’alto resta senza risposta. Queste fraternità che nascono dal saper raccogliere le urla di dolore non possono essere nemiche di Dio, anche quando non sanno pronunciare il suo nome e non riconoscono la sua voce. Il nemico della preghiera non è l’altro uomo solidale, ma il narcisismo di chi parla solo con se stesso, con gli idoli, con le merci. Anche una preghiera in cerca di un amico può essere alta preghiera, e la solidarietà umana che nasce dal silenzio di Dio può essere più vera e spirituale delle preghiere al dio banale dei ruffiani di Dio e quindi nemici di Giobbe.  Anche l’urlo di pietà umana di Giobbe resta senza risposta. Anche gli amici tacciono. Ma la sua ricerca estrema di giustizia continua, spalancandoci un altro cielo: «Magari si scrivessero le mie parole, magari si incidessero su rame» (19,23). Giobbe desidera che le sue parole siano incise «con scalpello di ferro e con piombo» (19,24), che vengano scolpite nella roccia, che non muoiano con lui. Vuole lasciare il suo testamento, come ultimo messaggio - c’è un immenso amore per l’umanità in tutto il suo dramma. La Bibbia è stata questa roccia. Sta anche qui il mistero della parola: mentre Giobbe pronunciava quel suo grido – «Magari si scrivessero le mie parole» – le sue parole si stavano realmente scrivendo, perché noi potessimo raccoglierle. Ci si svela allora una chiave di lettura profonda di tutto il libro di Giobbe: gli amici capaci di pietas ai quali Giobbe implora solidarietà siamo noi, i lettori destinatari del suo canto, che possiamo raccogliere oggi il suo Sos e rispondere. Ogni grido inascoltato custodito nella Bibbia – compreso il grande grido del Golgota – è rivolto a noi. La Bibbia non è soltanto una grande raccolta di salmi, di verità divine, di preghiere, e non è neanche soltanto un racconto di Dio agli uomini. Prima di tutto questo la Bibbia è un grande racconto dell’uomo all’uomo sotto un cielo abitato. La Bibbia è un umanesimo, che ci invita a cercare di rispondere alle donne e agli uomini quando le risposte di YHWH non ci sono. Tutta la Scrittura è un Sos lanciato alla nostra umanità, una chiamata a diventare veramente umani, a raccogliere il grido di giustizia dell’uomo di nome Giobbe e di tutti i suoi fratelli e sorelle che continuano a gridare nella storia, che hanno arricchito il suo primo canto e che invocano la nostra pietà. All’umanesimo biblico non bastano le risposte di Dio, che spesso tace per far spazio alla nostra responsabilità. Se Elohim non avesse taciuto per quasi tutto il libro, non avremmo avuto le grandi domande di Giobbe, e il suo grido anelante giustizia non avrebbe abbracciato e raggiunto tutta la disperazione della terra, salvandola. Dio deve saper tacere se vuole uomini responsabili e capaci di domande non banali. Ma la Bibbia non è l’unico scrigno custode dei messaggi ultimi dell’umano vero. Molta letteratura è nata e continua a nascere come testamento – forse tutta la grande letteratura nasce così. Molte parole ultime, e molte grida verso il cielo e verso gli uomini, sono state scritte in cerca di fraternità dentro i fratricidi. Molte di queste parole sono andate perdute, ma molte altre le abbiamo saputo raccogliere e custodire. I lager, le carceri, le morti nelle solitudini, sono stati mucchi di letame capaci di generare anche meravigliosi fiori. Migliaia di poesie, diari, lettere dal fronte, musica, canzoni, arte, persino le lapidi, hanno continuato il grido mendicante di Giobbe. Quando un condannato a morte affida il suo messaggio ultimo alla carta perché possa raggiungere qualcuno, la sua speranza vive. Allora anche una lettera o una poesia possono fissare per sempre quell’ultimo momento di speranza. Rendono la speranza eterna e non la fanno morire - la morte può essere sconfitta anche dalla nostra parola.  Al culmine di queste preghiere-urlo di Giobbe, ecco allora fiorire, inatteso e stupendo, un autentico canto di speranza: «Io so che il mio riscattatore [goel] è vivo e che alla fine si alzerà sopra la polvere!» (19,25). Una speranza che arriva come un arcobaleno mentre ancora infuria la tempesta. Le speranze vere arrivano sempre così: non sono frutto delle nostre virtù né del merito, ma tutto e solo grazia, charis, dono. E quindi ci sorprendono sempre, lasciandoci senza fiato – e se non ci sorprendono e ci vengono preannunciate, sono speranze piccole o vane. Chi è il riscattatore, il goel, che Giobbe desidera, anela e chiama dal fondo della sua speranza disperata? Non lo sappiamo. Ma forse è un altro Dio, un Dio più vero di quello che sente come nemico. È la speranza dentro la disperazione che fa risorgere la fede, perché la chiama a trascendersi, a diventare ciò che ancora non è. E sperando nel goel, il riscattatore del povero innocente, lo vede già avvicinarsi sulla linea dell’orizzonte. Nelle notti della fede, di ogni fede, si ricomincia sempre dalla speranza, reimparando a sperare, e reimparandolo molte volte (la speranza-dono come un arcobaleno arriva splendente, e come un arcobaleno svanisce). Non sappiamo in quale goel Giobbe spera. Ma sappiamo che a Giobbe non basta il riscatto in paradiso, anche perché non lo conosce. Il Dio di questi libri biblici è il Dio dei vivi, non dei morti. Non può essere vero un Umanesimo biblico che rimandi tutto il riscatto delle vittime innocenti all’eschaton, o all’oltretomba. Il goel in cui spera Giobbe deve arrivare e alzarsi sulla polvere della nostra condizione umana di viventi. La terra promessa è la nostra terra. Ogni promessa di riscatto delle vittime che non diventa impegno concreto a liberarle qui ed ora, finisce per essere disumanesimo e speranza ingannatrice. Giobbe vuole vedere il suo goel giungere nella polvere del suo letamaio, vederlo con i suoi stessi occhi: «Io lo vedrò, io in persona, e non da estraneo, i miei occhi lo vedranno» (19,27). Il goel non è un idolo se sa arrivare fino alla polvere delle vittime, se lo incrociamo sotto casa, se lo intravvediamo in donne e uomini della nostra città capaci di ascoltare l’urlo di Giobbe, e rispondere. Troppi poveri non hanno mai visto arrivare il goel sui loro mucchi di letame, e attendono. E Giobbe continua a chiamare la terra, gli uomini, Elohim. Per loro. Per noi. l.bruni@lumsa.it