Opinioni

Storica vittoria di Coldiretti e consumatori. Ora l'etichetta c'è. Usiamola bene

Paolo Viana mercoledì 19 gennaio 2011
Sul piano politico, la normativa varata ieri, che impone di dichiarare in etichetta l’origine della materia prima degli alimenti, porta la firma della Coldiretti e rappresenta una vittoria storica per questa grande e radicata organizzazione, paragonabile solo alla riforma agraria del 1950.Per il consumatore cambierà tutto. Ci viene riconosciuto il diritto a essere informati su ciò che mangiamo e si colma un vuoto ventennale, aperto dalla crisi della "mucca pazza". In quel caso e ancor di più in occasione delle successive emergenze alimentari, non fu il numero delle vittime a scuotere le coscienze, ma la percezione di vivere in una condizione di consumo vulnerabile, che l’internazionalizzazione dei mercati ha reso più vasta e più "democratica". Finché il nostro problema era l’approvvigionamento alimentare – tale è stata la priorità nell’area dell’Europa comunitaria dal dopoguerra all’allargamento – a nessuno è mai importato che i poveri si ammalassero perché mangiavano peggio dei ricchi. Lo scandalo del vino al metanolo si risolse con lievi condanne; quello dell’atrazina innalzando i limiti delle concentrazioni di residui. Con la globalizzazione, però, la qualità del cibo è diventata un problema di massa e di consenso, al punto che persino le grandi industrie del Nord Europa si sono poste il problema di garantire la salubrità (e il valore aggiunto) delle produzioni.Il regolamento europeo 178 assolve dal 2002 a questa funzione, imponendo un sistema logistico che consente di rintracciare e ritirare dal commercio, partendo da una confezione nociva, l’intera produzione sospetta. Con quel regolamento il mercato europeo è diventato una democrazia alimentare fondata sulla salute del consumatore; la legge italiana le fa compiere il passo successivo e, per quanto la norma valga solo sul territorio nazionale e la sanzione sia irrisoria, ha un forte valore culturale ed economico.Finora, per effetto di direttive e ordinanze, si doveva dichiarare in etichetta solo l’origine di carne bovina, pollame, passata di pomodoro e olio, mentre la nuova disciplina coprirà come un grande ombrello tutto il "made in Italy" che non potrà più essere commercializzato per tale se non sarà prodotto con materie prime italiane. Può sembrare cosa di poco conto e invece – nel momento stesso in cui si tutela la produzione nazionale – si impone al mercato di riconoscere al consumatore un diritto, quello all’informazione, che è la base per l’esercizio di tutti gli altri: il diritto di scegliere come nutrirsi, da chi rifornirsi, se considerare congruo un prezzo, scelte che è possibile fare – consapevolmente – solo conoscendo l’origine delle materie prime.Una democrazia è matura, giova ricordarlo, quando sa cosa farsene dei diritti che si riconoscono ai cittadini. Anche questa norma risulterà insomma inefficace se non la sosterremo – noi, grandi consumatori di latte uht (il 52% di quello che beviamo viene dall’estero) e di merendine a base di soia (il 60% proviene da coltivazioni Ogm...) – con un costante impegno educativo nei confronti delle nostre stesse famiglie, troppo spesso inconsapevoli di tutele e diritti.Sicuramente – e arriviamo al pendant economico (e politico) – ci penserà a tenerle informate la Coldiretti, la quale da anni associa alla tradizionale azione di "sindacato dei campi" un’alleanza con i consumatori che la mette in concorrenza con i marchi industriali e con la grande distribuzione. Questa legge farà un gran bene alle nostre imprese agricole: se è vero che con l’etichetta d’origine il sistema Paese risparmierà cinque miliardi di euro – tanti sono i danni provocati al "made in Italy" dalle emergenze alimentari altrui – e che solo una parte di quelle perdite grava sul settore primario, impedendo di vendere come italiani i prodotti realizzati con materie prime importate dall’estero gli agricoltori possono riportare "a casa" un fatturato annuo di 51 miliardi. Non è esagerato quindi paragonare questa leggina alla riforma del 1950, che assegnando 700.000 ettari a 113.000 coltivatori diretti, cambiò faccia all’agricoltura italiana.