Opinioni

Il varo del piano d'azione per il lavoro. Per fare progetto di tre diritti cardine

Michele Tiraboschi sabato 31 luglio 2010
«Liberare il lavoro per liberare i lavori». È questo, in estrema sintesi, l’ambizioso piano di azione con cui il ministero del Lavoro intende accompagnare una ripresa economica che si manifesta instabile e ancora incerta rispetto alla creazione di nuova occupazione. Il piano triennale si propone di promuovere un mercato del lavoro più giusto ed efficiente. Attento ai meriti e ai bisogni delle persone. Proteso alla effettività dei tre diritti fondamentali del lavoro. Il diritto ad ambienti di lavoro sicuri, innanzitutto. Ma anche il diritto a un compenso equo. Legato cioè ai risultati della impresa e tale, in ogni caso, da garantire una esistenza libera e dignitosa al lavoratore e alla sua famiglia. Il diritto all’apprendimento continuo e allo sviluppo delle competenze lungo tutto l’arco della vita, infine, quale vera garanzia di stabilità occupazionale. Espressione dei talenti, delle attitudini e delle motivazioni di ciascuna persona. L’obiettivo, da tempo perseguito, è quello della completa modernizzazione del mercato del lavoro italiano ancora poco inclusivo e caratterizzato da alti tassi di economia sommersa e lavoro irregolare. Molto è stato fatto, negli ultimi anni, per incentivare l’attitudine delle imprese a investire sulle persone e creare nuova occupazione liberando il lavoro dalla oppressione fiscale, burocratica e formalistica. Molto è stato fatto per contrastare la crisi internazionale, potenziando ed estendendo un sistema di ammortizzatori sociali che va certamente rivisto e che purtuttavia ha consentito al nostro Paese di garantire, meglio di altri, la coesione sociale e la tutela dei posti di lavoro nelle imprese colpite dalla recessione.Eppure la sofferenza è certa e palpabile in importanti aree del Paese. E restano ancora molte zone grigie che impongono di imprimere un nuovo slancio sulle tematiche del lavoro. A partire dal contrasto della illegalità e della insicurezza sul lavoro. Urgenza questa rispetto alla quale il piano di azione si pone un obiettivo di "tolleranza zero" verso ciò che, nella economia sommersa, è realmente patologico e cioè lo sfruttamento della persona che lavora. Piani straordinari di vigilanza sono ora ipotizzati per il Mezzogiorno, soprattutto in settori critici come l’edilizia, l’agricoltura, il turismo, i servizi di cura alla persona. Resta il fatto che, al di là di tutele formali garantite sulla carta da norme di legge e decreti, i rapporti di lavoro possono essere davvero stabili e positivi per entrambe le parti del rapporto di lavoro se basati su convenienze sostanziali e reciproche. È questo lo spirito dello Statuto dei lavori prospettato dal piano di azione in una ottica sussidiaria e partecipativa: una sfida per costruire un sistema di tutele moderne che, nel dare efficienza alle imprese, si propongono il pieno sviluppo della persona attraverso il lavoro e nel lavoro. Pilastro fondante dello Statuto dei lavori è certamente un moderno sistema di ammortizzatori sociali. Accompagnato però da politiche attive e investimenti continui sulle competenze delle persone. Solo una forza lavoro adeguatamente preparata, qualificata e motivata può infatti consentire alle nostre imprese di rispondere alle sfide di un mercato del lavoro sempre più dinamico e imprevedibile. La formazione non è una panacea per i gravi problemi del mercato del lavoro, ma certo rappresenta una leva strategica per relazioni di lavoro di tipo cooperativo e partecipativo che superino la mera logica distributiva e accettino la sfida dello sviluppo. A patto, ovviamente, che si tratti di una formazione nuova. Una formazione rivisitata che si proponga di colmare il grave disallineamento tra la domanda e l’offerta di lavoro abbandonando le vesti di un sistema pubblicistico e autoreferenziale, come tale incapace di dare competenze alle persone e rispondere ai fabbisogni professionali delle imprese.