Opinioni

Quanto vale la grande intesa. Contratti, c'è un saldo punto di partenza

Michele Tiraboschi giovedì 30 giugno 2011
L'accordo sottoscritto martedì tra Confindustria e Cgil, Cisl, Uil rappresenta una svolta importante per le nostre relazioni industriali. E non solo perché – per la prima volta dopo il 1993 – si registra positivamente un accordo unitario sulle "regole" di funzionamento di alcuni aspetti centrali del nostro sistema di relazioni industriali quali rappresentanza, efficacia generale dell’accordo aziendale, clausole di tregua sindacale. Ancor più rilevante, infatti, è che le parti abbiano raggiunto un’intesa che appare in tutto e per tutto autosufficiente. Nel senso che – salvo un appropriato richiamo alla necessità di rendere strutturale la vigente normativa di incentivazione fiscale della contrattazione di secondo livello – industriali e sindacati non hanno previsto la necessità, e forse neppure l’opportunità, di alcun intervento legislativo di sostegno o recezione dei contenuti dell’accordo. Tantomeno di attuazione dell’articolo 39 della Costituzione. Lo indica chiaramente l’incipit dell’intesa, là dove le parti firmatarie precisano che è «interesse comune definire pattiziamente le regole in materia di rappresentatività delle organizzazioni sindacali dei lavoratori». Una soluzione che, dopo vari tentennamenti e proposte normative, conferma fino in fondo la scelta di escludere l’intervento dello Stato nelle dinamiche interne del nostro sistema di relazioni industriali.Aprendo la strada ad accordi aziendali di produttività, l’intesa conferma dunque un modello di relazioni industriali centrato sulla autonoma capacità regolatrice delle parti sociali. Come sottolineano alcuni osservatori, la firma dell’accordo è stata dunque una svolta coraggiosa e responsabile di Emma Marcegaglia, Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti. Ma anche una vittoria – all’inizio della trattativa per nulla scontata – del metodo sussidiario applicato alle relazioni di lavoro. Quel metodo di astensionismo legislativo che ha caratterizzato l’evoluzione delle relazioni industriali nell’Italia post-fascista. Del resto una legge di sostegno dell’accordo avrebbe potuto rivelarsi alla lunga controproducente, Nel senso di formalizzarne taluni punti di possibile debolezza, specie con riferimento alla vincolatività erga omnes delle clausole di tregua o alla proclamazione dello sciopero. Senza trascurare i rischi di possibili censure di costituzionalità sollevate da chi avrebbe potuto ritenete, in questo sostenuto da parte della nostra dottrina, che anche l’efficacia generale del contratto collettivo aziendale sarebbe condizionata dalla attuazione dell’articolo 39 della Costituzione.La nostra impressione è che – senza una legge di sostegno – l’accordo sia in realtà al tempo stesso più forte e autorevole. La sua efficacia non è infatti rimessa al vaglio del legislatore o di un magistrato, ma viene piuttosto affidata a quel principio di effettività che ha sempre caratterizzato, in positivo e fino alle recenti degenerazioni, il nostro sistema di relazioni industriali. Un principio di effettività che viene ora rilanciato e rafforzato dal carattere unitario della intesa sulle regole del gioco.L’accordo non è dunque un punto di arrivo, semmai un punto di partenza verso nuove e più efficienti relazioni industriali ispirate alla ricerca del bene comune attraverso le intese possibili raggiunte dalla maggioranza dei lavoratori. Se le parti firmatarie saranno in grado di farlo rispettare nei fatti, allora anche i (non irrilevanti) problemi formali che iniziano a prospettarsi tra i giuslavoristi saranno presto superati evitando quella deriva giustizialista a cui il nostro sistema di relazioni industriali era destinato in assenza di regole certe, anche se solo di natura pattizia, sulla misurazione della rappresentanza e sulla esigibilità degli accordi aziendali.