Opinioni

I cinquant'anni dello Zecchino d'oro. Quando la tv è fatta dai bambini per i bambini

Umberto Folena giovedì 24 settembre 2009
È passato tanto di quel tempo, difficile ricordarselo. Era un uovo gobbo di una gallina zoppa o un uovo zoppo di una gallina gobba? Poco importa. Da lì nacque il pulcino ballerino, ammirato in tutti i pollai e nelle scuole materne d’Italia. Sciogliere il dubbio sarebbe facile. Su YouTube si trova tutto, anche il filmato di quella canzone del 1964. Nel frattempo siamo cresciuti, sappiamo perfino che cosa sia quell’"hully gully" che mamma chioccia insegna al suo pulcino triste perché claudicante, quindi timoroso di essere dileggiato dagli altri pulcini; ma è così che inventa la mossa e lui, diversamente abile, diventa famoso in tutti i pollai, una sorta di Elvis Presley... E soltanto adesso capiamo che quella canzoncina innocente poteva celare una sottilissima satira sociale, inarrivabile per i bimbi, percepibile dai genitori.Lo Zecchino compie mezzo secolo. Resiste Cino Tortorella, e pazienza se sbufferà se lo ricordiamo in calzamaglia, mantello e brillantini in capo: era Mago Zurlì, impareggiabile intervistatore di bambini. Dovrebbero imparare da lui, tutti. È fin troppo facile fare domande a un bimbetto prendendolo bonariamente in giro, senza che lui se ne accorga, per strappar sorrisi ai grandi. Facile, crudele e vigliacco. Mago Zurlì invece no, li prendeva sul serio, lui, i bimbetti, senza mai irridere le loro stravaganze o le amabili gaffe. E come non ricordare i duetti con Topo Gigio «ma-cosa-mi-dici-mai»; o con Richetto, il "bambino" pluriripetente interpretato da Peppino Mazzullo, travolto pure lui dal Sessantotto e dai suoi furori, che non tolleravano ripetenti a vita neanche per scherzo, neanche in funzione rasserenante per dei bambini che vedendo Richetto pensavano: no, io non sono così, me non mi bocciano; come non pensarci?Era una televisione cortese che prendeva sul serio i bambini e si schierava dalla loro parte, non da quella di adulti crudeli che amano ridere alle loro spalle, o gloriarsi per le loro imprese. I bambini cantavano ma a concorrere per lo zecchino erano le canzoni. La giuria era fatta di bambini, giustamente, armati di palette e di voti dal 6 al 10, insufficienze non ammesse. Distanze siderali dalle mostruosità dei "piccoli divi" travestiti da cantanti, ballerini e attori per la gioia, le lacrime, la soddisfazione impudica di genitori sciagurati, messi sotto i riflettori in prima serata con il compito di scimmiottare gli adulti, giovanissima carne da cannone venduta agli sponsor.Lo Zecchino era, ed è, dei bambini e per i bambini. Da mezzo secolo, un’isola ecologica che resiste tenace, non senza qualche difficoltà, all’accerchiamento dello sciocchezzume dilagante. Con gli anni, ai pulcini zoppicanti con un futuro da rockstar subentrarono gatti sindacalisti, toreri assonnati incapaci d’infilzare un’oliva, cosacchi infreddoliti, moscerini danzanti, e tanti altri personaggi felicemente inadeguati eppure felici e, a modo loro, "vincenti", così da far intuire ai bambini che non dovevano temere le proprie inadeguatezze né sentirsene prigionieri. C’era perfino un papà dalla macchina scassatissima – «dai dai dai, dagli una spinta» – a rasserenare i bambini affinché non si vergognassero di fronte agli amichetti ricchi a bordo delle berline luccicanti. Era molto più sfiziosa una 600 scarburata. Anzi, lo è tuttora. Vero, Mago Zurlì?