Opinioni

A proposito dell'impegno politico e civile. I cattolici e l'urgenza di mediazioni alte

Francesco D'Agostino martedì 7 settembre 2010
Per «ridare peso al popolo cattolico», sostiene Giuseppe De Rita, è necessario in primo luogo acquisire un’esatta percezione della sua consistenza. Si tratta di una consistenza notevole, ci spiega (nell’editoriale apparso sul "Corriere della Sera" del 31 agosto) il noto sociologo, sia in termini quantitativi che soprattutto qualitativi, socio-antropologici: i cattolici sono l’unica forza che nella società odierna si stia realmente manifestando come "post-moderna", capace cioè di produrre relazioni interpersonali, di fare integrazione e coesione sociale, di generare atteggiamenti di cittadinanza attiva, senza farsi travolgere dalle svariate forme di banale edonismo oggi dominanti. Però, continua De Rita, è un dato di fatto che questa rilevante consistenza non riesce a esprimersi, se non in modo frammentario e tutto sommato irrilevante, nella dialettica socio-politica. Perché? Non perché i cattolici non siano in grado di dar vita a movimenti e ad associazioni, ma perché proiettano su di essi un «fondo identitario» di carattere «più religioso e spirituale che d’impegno civile». Insomma, conclude De Rita, mancano al popolo cattolico «i livelli intermedi prima di condensazione della propria forza, poi di finalizzazione allo sviluppo collettivo del Paese». L’analisi è acuta e sotto vari profili condivisibile. Grava però su di essa una sorta di ambiguità. Cosa ha in mente De Rita quando parla di carenti «livelli intermedi»? Allude alle carenze personali di coloro (ecclesiastici o laici) che hanno il compito di guidare e di orientare il cammino dei fedeli? Si dovrebbe pensare di no, perché egli analizza dinamiche sociali, non individuali; ciò di cui egli si lamenta non è né lo scarso impegno, né la debole intelligenza di singoli individui, ma l’assenza di «tessuti e dinamiche di tipo intermedio». Lamenta allora la scomparsa della Democrazia cristiana, cioè di un partito non solo cattolico, ma fondato intenzionalmente per unificare politicamente i cattolici? Ne dubito, anche perché, se di questa specifica carenza si trattasse, perché non dirlo apertamente?Credo che il nodo della questione sia un altro e che lo stesso De Rita ci aiuti a coglierlo, quando rileva che il fondo identitario dei cattolici italiani oggi è «più religioso e spirituale che d’impegno civile». Ha ragione. Resta però da decidere se è proprio a un simile «fondo identitario» che vadano attribuiti i limiti dell’impegno civile dei cattolici. Mi sembra che De Rita pensi di sì. Io penso di no. Tra l’impegno religioso e spirituale e l’impegno civile per i cristiani deve esserci una distanza (non una separazione!). Altrimenti andiamo incontro a due possibili esiti, opposti e  ugualmente rovinosi, quello del fondamentalismo (che scaturisce quando si assorbe l’impegno civile in quello religioso) e quello del secolarismo (che è il prodotto della riduzione dell’impegno religioso all’impegno civile). In ambedue questi casi assistiamo allo svuotarsi dall’interno della categoria della laicità, per come essa è stata elaborata e continua (per nostra fortuna) a essere difesa dalla tradizione cattolica. Per la laicità cristiana, infatti, le questioni politiche vanno affrontate e risolte nell’ottica della massimizzazione non del bene dei credenti, ma del bene umano tout court. È per questo che l’impegno civile dei cristiani non può avere carattere confessionale. Ed è per la stessa ragione che i cristiani non possono chiudersi nelle loro chiese e disinteressarsi del bene pubblico, perché non sono stati chiamati ad amare solo i loro correligionari, ma i loro prossimi, quale che sia la fede di questi.Dunque tra l’impegno religioso e quello civile non può che esserci una "distanza", che però non dovrà mai produrre una "separazione", perché è proprio in nome del suo impegno religioso che il cristiano cercherà sempre di operare politicamente per il bene non confessionale di tutti. Distanza, non separazione. Stiamo facendo una questione di parole? Assolutamente no; in questa distinzione dobbiamo piuttosto vedere il presupposto della filosofia politica cristiana di ogni tempo, che richiede però sapienti mediazioni per incarnarsi nella storia e nelle sue singole  contingenze. Non si tratta però di mediazioni istituzionali, come sembra ritenere De Rita, quanto piuttosto di mediazioni teologiche, filosofiche e dottrinali, in una parola "ideologiche" (nel senso buono del termine). È di queste mediazioni, che rendono cara ai cattolici la memoria di un Lord Acton, di un Rosmini, di uno Sturzo, che sentiamo oggi profondamente la carenza.