Opinioni

Un uomo di nome Giobbe / 15. Un Dio che sa imparare

Luigino Bruni sabato 20 giugno 2015
Quando, dopo averlo atteso e desiderato tanto e per lungo tempo, arriva l’incontro decisivo, è normale che ci deluda. Quell’incontro immaginato e sperato era troppo grande per poter essere appagato dall’incontro reale. Lo avevamo sognato, “visto” mille volte nella nostra anima. Avevamo pronunciato nel petto le prime parole nostre e dell’altro-a, scelto il vestito nostro e intravisto il suo, sentiti gli odori e uditi i suoni. Non ci sono parole, vestiti, odori, colori, suoni reali che possano eguagliare quelli immaginati ma stampati nel nostro cuore anelante. Anche la fede, ogni fede, si nutre di questi scarti tra gli incontri sognati e gli incontri accaduti, e la sorpresa, anche la delusione, è la prima esperienza di ogni autentica vita spirituale, il primo segno che il Dio che attendevamo non era né un idolo né soltanto un sogno. Perché se chi viene è troppo simile a chi abbiamo sognato, è certo che da quell’incontro non usciremo cambiati. L’anima è viva e non si spegne finché non smettiamo di bramare quel Dio diverso che non si è presentato all’appuntamento. E così, dopo un’attesa estenuante, stiamo per assistere alla comparsa nell’aula del tribunale del teste più importante, quello invocato senza tregua da Giobbe. Il Libro di Giobbe è grande anche perché è stato capace di trattenersi e trattenerci nel silenzio di Dio per trentasette capitoli. Non entrando in scena, Elohim ha consentito a noi di spingere fino in fondo le nostre domande, e a Giobbe di terminare il suo poema. Troppe volte i nostri canti non diventano capolavori perché gli avvocati di Dio lo fanno entrare troppo presto sulla scena. La presenza più vera di Elohim nel dramma di Giobbe è stata la sua assenza, le sue parole più belle quelle non dette quando gli amici gli chiedevano di parlare e far sentire la sua voce potente. Un cielo muto ma vero salva di più di un cielo popolato di parole troppo poco umane per essere vere. Dio inizia a parlare dal mezzo della tempesta, ma non risponde alle domande di Giobbe, non scende sul piano dove lo aspettavamo. Perché? Nessuna teologia può rispondere in astratto alle domande più radicali che salgono dal dolore innocente del mondo. Gli uomini sanno fare a Dio più domande delle risposte che Egli può darci, perché un Dio che abbia risposte pronte e perfette per tutti i nostri perché grandi e disperati è soltanto una ideologia o, nei casi peggiori ma molto comuni, un idolo stolto che abbiamo costruito a nostra immagine e somiglianza. Il Dio biblico impara dalle nostre domande grandi e disperate, si sorprende quando gliele poniamo per la prima volta. Se non fosse così, la creazione, la storia, noi e il tempo sarebbero finzioni, e saremmo tutti dentro un set televisivo con Dio come unico spettatore annoiato. Solo gli idoli non imparano nulla dagli uomini, perché sono morti senza essere mai stati vivi. Gli scarti tra le nostre domande e le risposte di Dio sono lo spazio per l’esperienza vera della fede, e quando le teologie cercano di ridurre o azzerare questi scarti non fanno altro che allontanare il loro uomo e il loro Dio dalla Bibbia. “Il Signore prese a dire a Giobbe in mezzo all'uragano: Chi è mai costui che oscura il mio piano con discorsi da ignorante? Cingiti i fianchi come un combattente: io t'interrogherò e tu mi istruirai! Quando ponevo le fondamenta della terra, tu dov'eri? Dimmelo, se sei tanto intelligente! Chi ha fissato le sue dimensioni, se lo sai, o chi ha teso su di essa la corda per misurare? Dove sono fissate le sue basi o chi ha posto la sua pietra angolare, mentre gioivano in coro le stelle del mattino e acclamavano tutti i figli di Dio?” (38,1-7). Elohim non accetta il dialogo alla pari che gli aveva chiesto Giobbe, e non risponde alle sue domande. Lo rimprovera e gli ricorda l’abisso infinito che separa il creatore dalla creatura – un abisso che Giobbe conosceva ma che non gli ha impedito di querelare Dio. Non chiama Giobbe per nome ma “censore” e “accusatore” (40,2). Il libro di Giobbe non conosce un Dio capace di lottare alla pari con Giobbe, e forse nessun libro sacro lo conosce. Solo un Dio estremo poteva stare accanto all’umanità estrema di Giobbe. Il Dio del libro, infatti, riesce solo a zittire Giobbe, a riportarlo dentro le coordinate di creatura, ma così facendo riconduce anche se stesso dentro le barriere teologiche dalle quali Giobbe aveva tentato per tutto il suo canto di disincagliarlo. Giobbe aveva chiesto un Dio più grande di quello che aveva conosciuto; ma, alla fine del suo poema, ritrova lo stesso Elohim della sua giovinezza, come se il dramma di Giobbe non avesse insegnato nulla al cielo. Forse al libro non potevamo chiedere di più. Ma noi a Elohim possiamo e dobbiamo chiedere di più, dobbiamo chiedergli di essere diverso da come ce lo presenta questo grande libro biblico, forse il più grande di tutti. Dobbiamo continuare, con Giobbe, a fare domande più grandi delle risposte che otteniamo, a non accontentarci di un Dio troppo simile a quello che conoscevamo e che la teologia ci ha raccontato: creatore, onnipotente, sapiente, magnifico. Tutto questo lo sapevamo già prima di conoscere Giobbe. Ora, dopo averlo ascoltato e pianto con lui di fronte al dolore innocente della storia, non ci basta più il Dio-prima-di-Giobbe. Non è il discorso di Elohim preso a sé che delude (se lo estrapoliamo da questo libro ci troviamo molta poesia e bellezza): è il discorso di Dio che arriva alla fine del grido di Giobbe che ci lascia insoddisfatti. Possibile che solo noi siamo cambiati, e che Elohim sia invece rimasto quello della scommessa con il Satan che abbiamo incontrato nel Prologo del libro (capitoli 1-2)? Ma allora il dolore innocente del mondo non svela anche a Dio qualcosa di nuovo sull’universo? E se è così, a che cosa serve restare fedeli e onesti fino alla fine, nelle solitudini infinite? Abbiamo allora il dovere spirituale ed etico di chiedere di più, di continuare a implorare Dio di dirci qualcosa che non ci ha ancora detto. Perché se non lo facciamo perdiamo definitivamente contatto con i poveri e con le vittime, con chi continua a gridare, con chi è troppo impotente di fronte allo spettacolo del male per essere consolato dall’onnipotenza di Dio. I poveri e le vittime non si zittiscono mai in nome di Dio, neanche quando imprecano contro il cielo. Quando si guarda il mondo assieme alle vittime, quando si frequentano veramente le periferie esistenziali, sociali, economiche, morali del mondo, l’onnipotenza e la forza di Dio appaiono troppo lontane, e, soprattutto, non ci spingono a far di tutto per ridurre con la nostra libertà la sofferenza del mondo. Nessuna narrazione delle mirabilie dell’universo, nessuna descrizione magnifica dei terribili Behemot (“Rizza la coda come un cedro, i nervi delle sue cosce s'intrecciano saldi, le sue vertebre sono tubi di bronzo, le sue ossa come spranghe di ferro” (40,17-19), e Leviatàn (“Il suo dorso è formato da file di squame, saldate con tenace suggello: l'una è così unita con l'altra che l'aria fra di esse non passa …” (41,7-8), possono consolare e amare chi urla mentre affonda nel mare, né chi muore solo in un letto di un elegante ospedale. Solo il Dio atteso da Giobbe potrebbe incontrarli e raccogliere le loro grida. Ma questo Dio non lo troviamo nel libro di Giobbe: “Chi ha chiuso tra due porte il mare, quando usciva impetuoso dal seno materno, quando io lo vestivo di nubi e lo fasciavo di una nuvola oscura, quando gli ho fissato un limite, e gli ho messo il chiavistello e due porte dicendo: “Fin qui giungerai e non oltre e qui s'infrangerà l'orgoglio delle tue onde”?” (38,8-11). All’orecchio e al cuore di Giobbe, solo sul letamaio, nel guado della sua disperazione, queste parole, in sé perfette, avranno prodotto gli stessi effetti delle parole sapienti e sagge dei suoi “amici”: hanno solo aumentato la sua solitudine e il suo abbandono. Infatti, anche questo Dio cerca la conversione di Giobbe e chiede la sua resa – che otterrà: “Il Signore prese a dire a Giobbe: “Il censore vuole ancora contendere con l'Onnipotente? L'accusatore di Dio risponda!”. Giobbe prese a dire al Signore: “Ecco, non conto niente: che cosa ti posso rispondere? Mi metto la mano sulla bocca. Ho parlato una volta, ma non replicherò, due volte ho parlato, ma non continuerò””. (40,3-5). Giobbe, come tante vittime innocenti, è azzittito, ammutolito. Questo Elohim, avvocato difensore della propria insondabile onnipotenza, non è il Dio che i poveri e gli innocenti come Giobbe cercano, e meritano. Le risposte di questo Dio non riescono a eguagliare le domande di Giobbe. Le sue parole non sono all’altezza morale delle parole di Giobbe. Ma – e sta qui il mistero straordinario della Bibbia – anche le parole di Giobbe sono parole di Dio, perché incastonate dentro l’unica scrittura. Possiamo allora ascoltare la voce di Dio facendo parlare Giobbe che lo denuncia e lo attacca. Definendo “sacro” l’intero libro di Giobbe (e gli altri libri) la tradizione biblica ha realizzato un’alleanza meravigliosa ed eterna tra le parole di YHWH-Elohim e quelle degli uomini. La parola di Dio nel Libro di Giobbe, e in tutta la Scrittura, va cercata anche nelle pagine dove parla e grida Giobbe; dove parlano gli uomini, nelle loro domande estreme senza risposte. Possiamo pregare Dio anche con le parole senza Dio di Giobbe. È questo Dio meticcio, che ha voluto impastare le sue parole con le nostre, il solo capace di parlarci dai roveti della terra, e da lì chiamarci ancora per nome. l.bruni@lumsa.it