Opinioni

Il direttore risponde. Economia, “gioco” da rifondare

giovedì 12 maggio 2011
Caro direttore, gli applausi degli imprenditori all’amministratore delegato della Thyssen Krupp e la reazione indignata di coloro che poche settimane prima applaudivano pm e giudici che l’hanno condannato per il rogo mortale in fabbrica a Torino, devono far riflettere. Ci sono tutti i presupposti per comprendere più che chiaramente che si tratta dell’ennesima lotta tra poveri. Da un lato gli operai che vanno a rischiare la vita per un tozzo di pane, per dei 'rettangolini di carta' che neppure le galline mangerebbero, dall’altro imprenditori che vengono sempre più spinti a una maggiore competitività. Lo ha ordinato il politico di turno, lo stesso che tempo fa impose la globalizzazione, lo stesso che promette di abbassare le tasse ben sapendo che non potrà mai farlo perché senza di esse non potrà comprarsi il consenso elettorale. Quel politico è solo una mera controfigura; le imprese devono essere sempre più competitive perché a monte lo ordinano le banche, lo ordinano i guru della finanza, perché un’impresa che preferisce la dignità umana al profitto a ogni costo non rende, non attira investimenti e sul lungo periodo è destinata a finire fuori mercato, a chiudere, a causa di chi a migliaia di chilometri di distanza non sa neppure cosa sia la sicurezza nei luoghi di lavoro. Se l’amministratore delegato di Thyssen è stato condannato per omicidio, chi ha costretto l’azienda ad arrivare a quel livello dovrebbe essere processato per istigazione a compiere quello stesso reato.

Vito Parcher, Chiusa (Bz)

La sua riflessione è assai dura, caro amico. Per certi versi – e in certe conclusioni – troppo dura e pessimista. La politica infatti non è, e non può ridursi, solo a un palcoscenico popolato dalle «controfigure» di altri e irresponsabili poteri e di (più o meno) dissimulati interessi. Così come il fare impresa non è necessariamente e solo un’attività per cinici e sfruttatori. Ci sono stati, e ci sono, tanti esempi positivi e vediamo ancora oggi concepire e realizzare buoni progetti ispirati ai valori alti e – come ripetiamo sempre, in questo mondo che di tutto vorrebbe fare mercato – «non negoziabili». Sono «imprese» buone (e giustamente redditizie) basate, cioè, sull’assoluto e integrale rispetto per la vita delle persone e, dunque, per la dignità di chi lavora e per l’ambiente in cui la sua fatica si sviluppa, un rispetto che finisce per coincidere con quello per il naturale spazio familiare di uomini e donne, e per l’insopprimibile libertà di ciascuno di pensare e credere, di far crescere e di educare i propri figli.Eppure, gentile lettore, lo spirito che anima la sua accorata protesta non è strampalato. Rifondare e rendere salde e affidabili le regole generali del 'gioco' economico (che mai è puro "gioco") rappresenta uno dei grandi compiti che stanno davanti a chi – come noi cattolici – ambisce a imprimere il marchio della solidarietà sull’era della globalizzazione.La splendida e profonda analisi – per così dire, la direzione di marcia – contenuta nella Caritas in veritate ci è utilissima in questa fatica e nella tenace obiezione alle fragili regole (o, meglio, non-regole) e alla ferrea logica del profitto selvaggio. Anche su Avvenire di oggi ne troverà traccia, in diverse pagine.Quanto al caso risollevato dagli applausi della platea confindustriale all’amministratore delegato di Thyssen Krupp, innanzi tutto vorrei dire quello che ho già scritto molte volte: per principio non giudico mai un uomo prima che il suo giudice naturale si sia espresso definitivamente. E anche dopo faccio fatica. Detto questo, è ovvio che mi sono formato anch’io una motivata opinione sugli eventi culminati nel rogo della linea 5 delle acciaierie torinesi con la terribile morte di sette operai. Beh, posso dirle di essere davvero lieto che il direttore generale di Confindustria ieri, in modo semplice e solenne, abbia chiesto scusa «ai familiari delle vittime e all’opinione pubblica» che quegli applausi avevano colpito e offeso.