Opinioni

Analisi. Ecco il welfare possibile per i nuovi professionisti

Francesco Riccardi venerdì 27 febbraio 2015
Un’imposizione fiscale meno punitiva, un trattamento malattia più lungo e consistente, una pensione che sia tale, un regime di compensi minimi e, possibilmente, una sorta di sussidio di disoccupazione per sopravvivere nei tempi magri. Per il mondo delle Partite Iva si apre una nuova fase. Quella della costruzione di una proposta concreta di un nuovo welfare "su misura" per professionisti e freelance. Un progetto su cui si stanno impegnando, con un nuovo protagonismo, il cartello di associazioni Alta partecipazione, Acta e Confprofessioni. Ma rispetto al quale è coinvolta una buona fetta del Partito Democratico e pure del governo, con il consigliere economico di Renzi, Tommaso Nannicini, a cercare di tradurre le istanze del mondo autonomo in un disegno che sia organico e realizzabile.Dopo l’«autogol» – come lo definì lo stesso premier – del cambio di regime fiscale dei minimi, l’esecutivo si è persuaso che vada varato un provvedimento specifico da portare al Consiglio dei ministri nel giro di qualche mese, comunque prima della prossima legge di stabilità. «Assieme a Grecia e Portogallo siamo gli unici Paesi europei a non avere una legge sul lavoro autonomo. È il momento quindi di ricostruire un nuovo patto con questo mondo. Con un testo condiviso che non ghettizzi i professionisti, renda più omogeneo il loro trattamento rispetto a commercianti e artigiani, ma nel contempo colga alcune specificità», spiega l’onorevole Pd Chiara Gribaudo. Tradotto, significa anzitutto riportare indietro al 24% l’aliquota contributiva dei professionisti iscritti alla gestione separata Inps, oggi al 27,72% e destinata ad arrivare al 29% nel 2017. «Una richiesta minima e dovuta», la definisce il presidente della commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano (Pd), «dopo che il governo con il Jobs act ha riordinato i contratti e distinto fra lavoro subordinato e autonomo. Ora tutti quelli che restano autenticamente autonomi devono avere la stessa aliquota di commercianti e artigiani». Insieme andrebbero rivisti, per i lavoratori iscritti a Casse professionali, anche i versamenti dei minimali «ai quali non corrisponde come contropartita neppure un minimo di pensione».
Riordinare la giungla contributiva, però, sarebbe solo un primo passaggio. La vera sfida è costruire per questi professionisti un vero sistema di welfare. Ma come? E con quali coperture finanziarie? Al grido (virtuale) di #riapriamolapartita Alta partecipazione ha convocato per domani a Milano (Energolab, via Plinio 38) una densa giornata di confronto tra tavoli tecnici e dibattito con il mondo politico per arrivare a mettere nero su bianco una piattaforma di richieste.Il primo e più dolente punto è quello del trattamento di malattia. Oggi i professionisti sono coperti solo per 61 giorni con una indennità intorno ai 20 euro giornalieri. La richiesta è quella di «allungare il periodo per le malattie più gravi e lunghe che hanno maggiore necessità di tutele e ridefinire le indennità su valori che siano effettivamente sostitutivi del reddito (ad esempio l’80% per la malattia ospedalizzata e il 30% per quella domiciliare), utilizzando come parametro il reddito percepito prima della malattia». Ancora, la copertura di questi periodi di malattia con contributi previdenziali figurativi. Si tratta di una richiesta portata avanti in maniera particolare da Acta, che sostiene in proposito la petizione di Daniela Fregosi, professionista colpita da tumore e che si è trovata a dover scegliere se versare acconti e contributi Inps o utilizzare quei soldi per curarsi e mantenersi. Proprio perciò la richiesta "minimale" a proposito del trattamento malattia prevede la sospensione del pagamento di contributi e imposte per chi fosse colpito da gravi patologie. Le misure, sempre secondo Acta, sarebbero già "coperte" dal contributo dello 0,72% attualmente versato e «di cui meno della metà viene restituito sotto forma di servizi».
Una seconda proposta riguarda poi il problema dei compensi. Negli anni della grande crisi i redditi di freelance e autonomi si sono assottigliati. I committenti, compresa la pubblica amministrazione, utilizzano spesso questi lavoratori individuali per risparmiare sui costi. Senza più un regime di tariffe minime stabilite, occorre allora ragionare di come la contrattazione possa fissare dei compensi minimi, rapportati a orari e prestazioni, al di sotto dei quali un’azienda non possa ricompensare un lavoratore autonomo. Qualcosa di simile è stato già fatto per una parte dei collaboratori a progetto, si tratta di allargare e "istituzionalizzare" l’esperienza. Sulla maternità il decreto attuativo del Jobs act relativo alla conciliazione ha già accolto le richieste principali di rendere facoltativa l’astensione dal lavoro delle puerpere e delle neo-mamme autonome, nonché di assicurare il pagamento delle indennità anche in assenza del versamento dei contributi da parte del committente.
Più complesso è invece ridisegnare il regime fiscale per questi lavoratori. L’errore sui minimi, come dicevamo, è stato corretto all’ultimo minuto con il decreto Milleproroghe ma resta il problema di favorire non solo le fasce marginali o il momento d’avvio dell’attività. «Il basso limite posto per le professioni intellettuali (15.000 euro) assieme all’impossibilità di dedurre le spese per gli oneri legati all’attività, paradossalmente rende questo strumento utile alle sole Partite Iva di comodo, quelle che nascondono un lavoro subordinato – spiega Rosangela Lapadula di Alta partecipazione –. Chiediamo invece che venga elevato almeno a 30.000 euro il limite dei ricavi per le professioni intellettuali e che il coefficiente di redditività sia contemperato con la possibilità di dedurre gli oneri tipici del genuino lavoro professionale».
Infine, la questione che richiederà maggiore approfondimento: quella di un «fondo per il sostegno del reddito dei lavoratori autonomi iscritti alla gestione separata Inps e all’ex Enpals finanziato anche con un contributo di solidarietà generazionale». Secondo le stime di Alta partecipazione il sussidio – da calcolare in base ai mesi di contribuzione e rapportato ai redditi – costerebbe meno di 50 milioni di euro l’anno. Ma questa e le altre misure indicate non inciderebbero sui conti pubblici potendo invece essere coperte da un prelievo di solidarietà. «Per i pensionati con assegni superiori a quattro volte il minimo che continuano a lavorare una volta andati in quiescenza andrebbe introdotto un divieto parziale di cumulo da realizzarsi tramite un prelievo di solidarietà del 30% sulla quota parte di pensione che eccede il livello indicato», propongono i professionisti di Alta partecipazione. Le risorse così raccolte, circa 145 milioni di euro l’anno, confluirebbero in un fondo destinato ai giovani per finanziare appunto il sussidio e la diminuzione dell’aliquota previdenziale.Far passare un contributo di solidarietà per i pensionati-lavoratori non sarà certo facile. Ma l’alleggerimento fiscale e la costruzione di un nuovo welfare per questi lavoratori del terziario avanzato e del terzo millennio sono questioni non più eludibili. E il governo ormai lo ha ben compreso.