Opinioni

L'essenziale sulla sua vita. Ecco chi è Sinisa Mihajlovic: merita rispetto, non clamori

Massimiliano Castellani martedì 16 luglio 2019

In questa domenica di luglio, noi della tribù dei senzacampionato siamo ancora più tristi e solitari, perché abbiamo appena saputo che Sinisa Mihajlovic all’inizio della prossima stagione non siederà sulla panchina del Bologna. Al 'miracolo' sportivo e alla fortuna meritata della salvezza quasi impossibile dei rossoblù, ha risposto inaspettatamente il dramma umano e l’aggressione della malattia.

La tigre Sinisa, quella docile e non più invasata – come negli anni giovanili della Lazio – dalla Tigre Arkan, è affetto da leucemia. Al Bar Sport gli amici più cinici, i più tifosi, dicono «Vabbeh, ma chissà quanti ce l’hanno ’sta malattia e mica vanno a urlarlo in faccia all’Italia intera». Vero. Ma è anche vero che Mihajlovic è un personaggio pubblico, un ex calciatore di livello internazionale («Sì, certo ha giocato anche nell’Fc Internazionale », bofonchia l’interista indefesso) e ora un allenatore stimato.

Uno che addirittura è in cima alla lista dei mister preferiti del presidente Andrea Agnelli. Che poi il nipote dell’Avvocato abbia scelto Maurizio Sarri per guidare i bianconeri queste sono logiche di calciomercato che non ci competono e che dinanzi a questa triste novità svaniscono nel nulla. Ciò che invece sarebbe di nostra umana pertinenza è la solidarietà sincera, e non pelosa, verso un uomo che con la grinta e il coraggio che lo contraddistingue da sempre, in campo e fuori, è in procinto di affrontare una nuova, delicata e decisiva sfida esistenziale.

Chi scrive ha avvertito in modo fortissimo e ha fatto suo il magone e il pianto disperato che Sinisa ha strozzato in gola fino al momento della sentenza dei medici, apprezzando il gesto di altruismo verso la moglie e i figli di tenere nascosta la verità fino a quando non è stato necessario dire tutto. Un buon padre di famiglia fa così: protegge tutti dal dolore e dalla sofferenza gratuita finché è nelle sue facoltà.

Non hanno fatto lo stesso quei colleghi cronisti che pur di essere i primi, gli unici e gli inimitabili spacciatori di notizie disgraziate non hanno esitato a sparare il titolo del Sinisa malato, violandone il sacrosanto diritto alla privacy che lui aveva espressamente richiesto di tutelare e difendere. Mihajlovic è un uomo che centellina frasi e emozioni in pubblico, è uno che non sopporta retoriche melensi e tanto meno inutili giochi di parole, specie se possono ferire. È cresciuto alla scuola di Vujadin Boskov, pensiero solido e profondo quanto i suoi lanci col pallone, e quindi pur amando a tempo pieno il calcio, da uomo saggio ha imparato che questo sport rappresenta soltanto il primo tempo della vita.

Una parte importante certo e che ne fa una persona privilegiata e per questo ai 'suoi' calciatori ricorda sempre, come se si rivolgesse a figli, che non c’è niente di difficile nel vivere da calciatore professionista o nell’essere il capitano di una squadra a vent’anni perché ciò che davvero «non è facile è svegliarsi alle quattro e mezza della mattina per andare a lavorare alle 6, darsi da fare tutto il giorno e non arrivare a fine mese. Questo non è facile». Così come per lui è difficile comprendere tutti coloro che in questo Paese non hanno ancora chiaro il dramma dei migranti che è stato «quello dei miei genitori e tanti miei familiari che sono stati migranti in fuga dalla guerra della ex Jugoslavia. Loro nella tragedia sono stati fortunati ad avere un figlio o un parente in grado di aiutarli, ospitarli, farli trasferire».

A Sinisa il serbo tutto questo gliel’ha insegnato un padre fiero, che faceva il camionista e che anche durante il conflitto fratricida «nonostante lo implorassi tutti i giorni, è voluto rimanere lì nella sua casa». Mihajlovic lo ha ricordato in una recente intervista in cui a chi gli chiedeva quale fosse il suo sogno più grande, se alzare al cielo una Champions o vincere uno scudetto, ha replicato senza esitazioni: «Il mio sogno più grande sarebbe riabbracciare mio padre. È morto a 69 anni di tumore ai polmoni. Quando se n’è andato io non c’ero. Ci penso tutti i giorni. Vorrei che potesse vedere come sono cresciuti i suoi nipoti... Mia madre invece mi guarda ancora con gli stessi occhi di quando ero bambino. Ogni volta che viene a trovarci a Roma e vedo come guarda i miei figli, capisco che l’amore non ha bisogno di parole».

A chi si vanta di conoscere Sinisa da decenni, si può e si deve sussurrare che il vero Mihajlovic è, prima di tutto, un figlio e un padre pieno d’amore. E anche al tifoso del Bar Sport che giudica un calciatore o un allenatore soltanto dalle pagelle del lunedì, si può e si deve dire che questo è il vero Sinisa: un uomo, prima che un campione di calcio. È a questo buon padre, questo figlio fedele e a questo vero uomo, che anche noi auguriamo di poter riabbracciare al più presto un’esistenza sana e serena, assieme alla sua amata famiglia.